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grafologia

Grafologia e personalità

In qualità di grafologa (e futura psicologa) sono lieta di raccontarvi di questa ricerca (Handprints of the Mind: Decoding Personality Traits and Handwritings) pubblicata recentemente sulla rivista scientifica Indian Journal of Psychological Medicine: si tratta di uno studio pilota il cui obiettivo era studiare la possibilità di una correlazione tra diagnosi clinica e grafologia utilizzata come test di personalità. Esistono diversi test proiettivi validati scientificamente: il test di Rorschach, il TAT (Test di appercezione tematica), vari test carta e matita (il disegno dell’albero di Kock, il disegno della figura umana di Machover, il disegno della famiglia di Corman); mai prima d’ora si era riusciti o era emersa una chiara volontà di medici e psicologi ad approfondire la validità della grafologia come strumento diagnostico della personalità. Il team di ricercatori indiani (composto da 2 grafologi, 2 consulenti psichiatrici, 2 psicologi, 2 assistenti sociali psichiatrici e 2 educatori) ha effettuato uno studio pilota su 30 bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, con diagnosi di disturbi psichiatrici dell’infanzia (secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali IV-TR); predominavano i disturbi di apprendimento, deficit di attenzione, disturbi da comportamento dirompente e disturbi di evacuazione. Il gruppo di controllo, composto da altrettanti bambini, studenti delle scuole vicine, corrispondenti per età e sesso al gruppo di studio, è stato scelto in base al giudizio degli insegnanti e dei genitori per il loro funzionamento accademico e comportamentale ottimale.
Una storia clinica dettagliata, l’esame dello stato mentale e una valutazione diagnostica individuale sono stati eseguiti su entrambi i gruppi da un team qualificato psichiatrico.

Entrambi i gruppi del campione sono stati valutati secondo questi due parametri: un test di personalità e l’analisi grafologica.

  • Il CPQ (Children’s Personality Questionnaire, test standardizzato di personalità per bambini dagli 8 ai 12 anni), che determina 14 dimensioni della personalità.
  • Sono stati raccolti dei campioni di grafia utilizzando uno standard convalidato con norme date ai grafologi. (NB: i grafologi hanno effettuato un training per effettuare una analisi grafologica sulle medesime dimensioni del CPQ).

Una joint venture di professionisti della salute mentale e grafologi ha poi valutato se esisteva una correlazione positiva tra le due analisi ed è emerso come non vi siano differenze significative e concrete tra la valutazione psicodiagnostica di personalità attraverso CPQ e l’analisi della scrittura con la grafologia.

Alla luce dei risultati emergono pertanto importanti elementi inerenti la grafologia:

  1. La grafologia può essere uno strumento proiettivo efficace per valutare una vasta gamma di caratteristiche, specialmente nei bambini, per svelare tratti in evoluzione che possono giocare un ruolo importante per una diagnosi accurata.
  2. I vantaggi pratici nella raccolta delle scritture, anche per l’evoluzione del disturbo nel tempo e la sua osservazione nei successivi follow-up.
  3. L’analisi della scrittura a mano è sempre libera dall’effetto aspettativa, in quanto i soggetti non si sentono indotti a dare risposte “attese”, come nel caso di valutazioni psicometriche.
  4. Il risultato di un’analisi grafologica è sicuramente più individualizzato di una diagnosi ottenuta con punteggi psicometrici.

Memento per il grafologo:

  • Il grafologo, se non psicologo, non può effettuare diagnosi di personalità.
  • Lo studio è uno studio pilota che getta le basi per la correlazione tra analisi grafologica e diagnosi psicologica ma richiede ancor più ricerca prima di poter affermare che la grafologia sia con certezza una tecnica scientificamente validata.

 

Fonti

1.

Gowda MR1, Harish N2, Aslam A3, Padmanabiah M3, Magaji R4. Handprints of the Mind: Decoding Personality Traits and Handwritings. Indian J Psychol Med. 2015 Oct-Dec;37(4):409-12. PMID: 26702172. [PubMed] [Read by QxMD]

Ascolto come aria…

Se in questo stesso momento l’aria della stanza dove ora vi trovate venisse risucchiata fuori, che cosa vi succederebbe? Non pensereste ad altro che a procurarvi aria. La vostra unica motivazione sarebbe la sopravvivenza. Ma adesso che avete l’aria, essa non vi motiva. Ecco una delle più grandi intuizioni nel campo della motivazione umana: i bisogni soddisfatti non motivano. Sono solo i bisogni insoddisfatti a motivare.

Dopo la sopravvivenza fisica, il più grande bisogno di un essere umano è la sopravvivenza psicologica: essere compreso, accettato, stimato, apprezzato.

Quando ascoltate con empatia un’altra persona le date aria psicologica.

Tratto da: “I principi di Stephen R. Covey”, FrancoAngeli Trend

gratitudine

Gratitudine e benessere

Che la gratitudine giovi a chi la riceve è cosa risaputa, ognuno di noi ha provato sulla propria pelle come un grazie possa cambiare il corso della giornata. Ci fa sentire riconosciuti, apprezzati, visti. L’essere umano vive in relazione ed è dai rapporti personali che riceve il suo nutrimento, il suo senso all’esistere.

La sorpresa (ma lo è per tutti, una sorpresa… ? Non credo 😉 ) è che una serie di ricerche ci dimostrano come la gratitudine sia fonte di benessere anche per coloro che la esprimono.

La gratitudine incrementa i comportamenti prosociali, aiuta la costruzione di buone relazioni, rinforza il reciproco altruismo, la cooperazione, la generosità. Inoltre migliora la salute mentale e previene i disturbi, è un ingrediente vitalizzante: è infatti dimostrato come possa diminuire la pressione arteriosa, aumentare le difese immunitarie, ridurre il rischio di depressione ed ansia nel corso della vita e prevenire l’abuso di sostanze.


Ma facciamo insieme una digressione… Cos’è la gratitudine? 

etimologia di gratitudineLa gratitudine ha un doppio significato: terreno e trascendentale. 

Terreno: un sentimento che si verifica negli scambi interpersonali quando una persona riconosce di aver ricevuto un beneficio di valore dall’Altro, è uno stato cognitivo-affettivo che è tipicamente associato alla percezione di aver tratto giovamento da un atto altrui che non  era intenzionalmente ricercato nè meritato, quanto piuttosto accaduto per le buone intenzioni di un’altra persona.

Trascendentale: il significato trascendentale della gratitudine è ampiamente riconosciuto nelle maggiori tradizioni spirituali di tutto il mondo, come il ringraziamento a qualcosa di più grande di noi, di immenso, incommensurabile ed infinito; è la risposta dell’essere umano alla Vita.

La vera gratitudine ricongiunge all’altro, ricercando creativamente opportunità per ricambiare il ricevuto. La gratitudine si esprime in modi diversi in ogni cultura, ma in tutte è presente e questo ci dimostra come sia parte integrante della natura umana.

E’ il contrario del narcisismo, perchè prevede la gratuità e il rapporto con l’altro.

 


Ora vi illustrerò un paio di semplici esercizi di self-help, tratti dagli articoli scientifici sotto riportati.

N.B. Il potere della narrazione: il “fermarsi” per tenere un diario e scrivere i propri pensieri implica riflessione, di conseguenza rielaborazione e consapevolezza dei propri stati d’animo e dei propri vissuti. 

    1. La lettera di gratitudinescrivete una lettera di ringraziamento, spiegando cosa sentite e le ragioni del vostro sentimento. Indirizzatela ai vostri genitori, al marito, alla moglie, ad un amico che “quel giorno” c’era, ad un collega che vi ha tratto d’impaccio. Insomma, sapete voi… Poi piazzatevi davanti al mittente e leggetegliela. Benefici attesi: immediati, per voi e per l’altro. Vi lascio scoprirlo da soli.
    2. Il diario della gratitudinescrivete ogni sera almeno tre motivi per cui siete grati, sia fatti specifici che racconterete nei dettagli, sia sentimenti più profondi verso il creato e ciò che avete, focalizzandovi su quello che ogni giorno ricevete, sia dagli altri che dal vostro semplice respiro. Per farlo, ascoltatelo. Andate avanti così per giorni, se riuscite settimane. Benefici attesi: incremento del benessere personale, maggiore attenzione, determinazione, energia positiva, una visione più ottimistica sul futuro, un miglioramento nella qualità del sonno; infine una tendenza ad aiutare di più le persone che si incontrano.

Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare. La gratitudine è un fattore essenziale per stabilire il rapporto con l’oggetto buono e per poter apprezzare la bontà degli altri e la propria.
– Melanie Klein

Che dirvi di più? Buona gratitudine!

Se nei commenti posterete com’è andata, è una condivisione che può essere utile a tutti coloro che ci leggeranno. Intanto, da parte mia, GRAZIE per la lettura. 😀

P.S. “provare gratitudine senza ricordare di che…”  Vi accade mai?

 

Fonti

1.

Emmons RA1, Stern R. Gratitude as a psychotherapeutic intervention. J Clin Psychol. 2013 Aug;69(8):846-55. PMID: 23775470. [PubMed] [Read by QxMD]

2.

Wood AM1, Froh JJ, Geraghty AW. Gratitude and well-being: a review and theoretical integration. Clin Psychol Rev. 2010 Nov;30(7):890-905. PMID: 20451313. [PubMed] [Read by QxMD]

3.

Bartlett MY1, DeSteno D. Gratitude and prosocial behavior: helping when it costs you. Psychol Sci. 2006 Apr;17(4):319-25. PMID: 16623689. [PubMed] [Read by QxMD]

bansky

Coltivare la speranza

Anche il counselor deve avere la speranza dentro di sè e per scriverne prendo a prestito parole altrui:

Instaurare una relazione d’aiuto con qualcuno implica la capacità di tenere aperto il tempo davanti a sè: si schiude così un tempo di attesa in cui chi ha cura riduce la propria soggettività per creare quel campo vitale indispensabile all’apparizione della soggettività altrui. Lì la sovranità dell’io fa esperienza del fatto che la propria forza e riconoscibilità non sta nella strenua difesa di un’identità inscalfibile, quanto nella sua più radicale messa a rischio. In questa disponibilità al cambiamento l’evoluzione della relazione di aiuto si esprime in una “speranza progettuale” che sostiene la disponibilità emotiva alla ricerca di una forma con cui rinnovare l’interpretazione della vita. Sperando nella possibilità che l’altro possa liberarsi da una condizione opprimente, io ne favorisco il superamento, al contrario, mettendo in dubbio la sua realizzazione ne diminuisco in qualche modo le probabilità. Con questo non si può dire che la speranza veda ciò che sarà, ma afferma come se vedesse: essa attinge la sua autorità da una forma di visione velata, su cui fa assegnamento.
Addirittura i momenti critici, le fasi più faticose e complicate dell’esistenza sono quelle che offrono maggiormente la possibilità di cogliere nuovi significati. E’ così, ad esempio, che possiamo avvertire una sofferenza profonda per una ferita (emotiva, relazionale, fisica) rimanendo nella rassegnata contemplazione di un quadro di vita andato in frantumi, oppure possiamo incamminarci, non senza fatica e pesantezza, nel raccogliere quei cocci di esistenza per vedere come diversamente possono ricomporsi, quali altri disegni e comprensioni racchiudono. […]
Sperare significa uscire dalle tenebre nelle quali ci si sente immersi, e che possono essere le tenebre delle relazioni infrante, del fallimento, della paura, dell’angoscia. Implica un impegno intenzionale e uno sforzo di volontà per contrastare la tentazione della resa.

“La speranza è caratteristica delle anime che non si sono lasciate intorpidire dalla vita” (Gabriel Marcel)

Sperare è pertanto una virtù, è una specificazione di una certa forza interiore, e vivere nella speranza significa saper restare fedeli nelle ore di oscurità al desiderio di bene.
Speranza è infine tornare alla situazione iniziale (critica, faticosa, disagevole) senza negarla ma accostandola con uno sguardo rinnovato, sapendola trasfigurare, trascendere, in vista di altro che può anche non risultare del tutto comprensibile. Anche il mistero è da accogliere in attesa che subentri una maggiore profondità di visione.
M. Zappa da “Ri-costruire genitorialità”, Elisabetta Musi, FrancoAngeli

Chi, come me, ha sognato un mondo più abitabile, segnato da maggiore giustizia e pace, oggi si ritrova a volte smarrito, misura l’impotenza, avverte la tentazione del cinismo… Nonostante questo, mi sento ancora di rinnovare la mia fiducia negli altri, nell’essere umano, mi sento ancora di riaffermare la mia fedeltà alla terra, e di proseguire con rinnovata lucidità la battaglia ingaggiata da tanto tempo: se ho combattuto e continuo a combattere perchè il mondo cambi, oggi più che mai mi ritrovo a combattere perchè il mondo non cambi me. Davvero la bontà, la bellezza, la felicità, richiedono una lunga pazienza e una fiducia nell’altro sempre da rinnovare, a costo di sperare contro ogni speranza.
Enzo Bianchi, da “Ogni cosa alla sua stagione”, Einaudi

 

tazza di te

Una tazza di tè

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».


Chiamiamola tazza di tè della crescita. Come possiamo evolvere, umanamente e intellettualmente, se siamo pieni delle nostre certezze inossidabili?

Chiamiamola tazza di tè empatica. Come possiamo entrare in empatia con l’altro, mentre lo ascoltiamo, se siamo pieni dei nostri giudizi e pregiudizi? Per entrare in empatia è indispensabile fare dentro di sè un vuoto accogliente, che ci offra la possibilità di immaginare di indossare i  panni altrui come se fossero i nostri.

Chiamiamola tazza di tè mindfulness. Avete mai provato a bere il tè con consapevolezza? Assaporando ogni più piccolo dettaglio? Lasciandovi avvolgere dal gusto e tralasciando i pensieri disturbanti, senza fretta? Ancora una volta, facendo vuoto dentro di voi? Dando spazio al piacere?
Se vi viene in mente qualche altra tazza di tè, scrivetelo nei commenti…

Empatia e compassione

Oggi parliamo di “empatia” e “compassione”, due termini simili ma sottilmente differenti. Vediamo cosa ci dice Wikipedia:

La compassione (dal latino cum patior – soffro con – e dal greco “συμπἀθεια” , sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla.

Il concetto di compassione richiama quello di empatia dal greco “εμπαθεια” (empateia, composta da en-, “dentro”, e pathos, “affezione o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione soggettiva che legava lo spettatore del teatro greco antico all’attore recitante ed anche l’immedesimazione che questi aveva con il personaggio che interpretava.

Nelle scienze umane, il termine empatia è passato a designare un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine istintiva affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale.

Ed ora due illuminanti Ted Talk: il primo di Daniel Goleman, il cui libro più famoso è Intelligenza emotiva (lettura consigliata); il secondo video è di Joan Halifax: antropologa, buddista roshi, lavora nell’accompagnare le persone nell’ultimo tratto di vita.

Una donna senza paura.

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