Tag: Consapevolezza

giornale della gratitudine

Diario della Gratitudine

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In passato avevo scritto delle riflessioni sulla gratitudine, sarebbe utile tornare indietro per capirne il costrutto. Non si tratta, infatti, di pensiero positivo tout court ma di un atteggiamento esistenziale che ha ricadute sul nostro benessere, sulle nostre relazioni e sul nostro modo di concepire la Vita.

Come scrivevo nell'articolo precedente, uno dei modi per allenarsi alla gratitudine (precursore della felicità...) è quello di tenere un diario, elencando con costanza le ragioni per essere grati. Onde evitare un adattamento edonico all'esercizio di gratitudine, scrivete il vostro giornale 3 volte a settimana e non quotidianamente. 

Per poterci lavorare meglio ho preparato dei files da stampare fronte/retro, sia in formato A4 da inserire in un quadernone ad anelli, che in formato A5 per poterli usare nella mia agenda, che è sempre con me.

Desidero condividere con chi mi legge questo piccolo gadget... 😉 Fatemi sapere nei commenti come vi siete trovati, eventualmente possiamo migliorarlo insieme.

Il giornale della gratitudine si sviluppa in 14 volte, ma si può continuare per quanto tempo volete.

Troverete i seguenti spunti:

  • lo spazio per scrivere 5 motivi per cui siete grati.
  • uno spazio per il Momento presente: riempitelo con le vostre osservazioni, con un disegno, una mappa mentale, un'immagine ritagliata, una fotografia. Dopo aver occupato lo spazio vuoto con la vostra creatività, fermatevi; osservatelo, entrateci dentro. Datevi tempo per introiettarlo, questo grato momento presente.
  • Esiste anche lo spazio per la vostra firma... E' un pò come sottoscrivere un contratto di gratitudine con voi stessi.

A giorni alterni invece dello spazio per il momento presente troverete un campo da riempire con il valore del giorno.

Eh già... Quante volte ci prendiamo il tempo per meditare sui nostri valori? Sulle nostre motivazioni più profonde?

Successivamente troverete due box da compilare illustrando i pensieri sabotanti che ci impediscono di percepire il bello che c'è intorno, quelli che ci bloccano, i doverismi, il senso di inadeguatezza... Ma accanto inseriamo delle controstrategie per metterli a tacere. Diamoci il permesso di reagire a noi stessi!

Per me il momento migliore per approcciare il Giornale della Gratitudine è la sera, quando i miei figli sono già a letto, quando il silenzio diventa padrone della casa.

Alla fine di ogni settimana, potete aggiungere un ulteriore passo: incontrare o in alternativa chiamare telefonicamente una persona che avete nominato nel vostro scritto; inviatele una email, un messaggio su facebook. E ringraziatela. Gli studi sulla psicologia positiva affermano che l'effetto sul benessere e sulle relazioni è maggiore se espresso attivamente.

Prima di procedere a scaricare i files prendete un pochino di tempo per voi e guardate questi due Ted-talk sulla gratitudine, che mi sono serviti da ispirazione nel compilare il diario:

  • Il primo è di David Steindl-Rast, un monaco benedettino
  • il secondo è di Louie Schwartzberg, un fotografo

Buona visione!

Se vi va, dopo aver scaricato i files, mettete un like all'articolo oppure condividetelo con i vostri amici...

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Vi invierò altro materiale gratuito e, di tanto in tanto, qualche post o altre novità tutte in fieri.

Aggiornamento: vi allego una ricerca pubblicata fresca fresca (6 marzo 2017) sul potere della gratitudine e sul suo utilizzo:

Feeling Thanks and Saying Thanks: A Randomized Controlled Trial Examining If and How Socially Oriented Gratitude Journals Work.

Benessere e scrittura

Giornale della Gratitudine A4

Benessere e scrittura

Giornale della Gratitudine A5

Re(l)azioni emotive

A volte quasi ci  innamoriamo di una persona che possiede tratti della personalità di cui crediamo di esser privi, ne restiamo affascinati, attratti. Come sedotti. Altre volte percorriamo la strada opposta: la critichiamo costantemente, la rifiutiamo come persona, sebbene ad un occhio esterno non abbia nulla che non va. Due modalità opposte che contengono in sé la medesima caratteristica, la forza delle emozioni: esaltazione o repulsione. Può anche accadere che ci si trovi ad oscillare tra i due poli, come a salire e scendere dalle montagne russe. Fermiamoci un attimo a riflettere su come gestiamo le relazioni.

  • Non esistono punti in comune di comunicazione, ci caratterizzano interessi diversi e diversi modi di relazionarci (introversione ed estroversione, ad esempio). Soluzione = lavoriamo sulla nostra attitudine al giudizio, lasciando l’altro libero di esprimere se stesso, come meglio crede e sente; non ci possono piacere tutti e noi non possiamo piacere a tutti. Se invece compie atti che ci infastidiscono, (verso noi o qualcun altro) comunichiamoglielo senza aggressività e senza sanzionare la persona, ma in maniera assertiva; poniamo l’attenzione sul suo comportamento e a come ci ha fatto sentire, argomentando le nostre emozioni e proponendo i cambiamenti che desideriamo. Se lo umiliamo giudicandolo otterremo solo un’incomprensione o una sonora litigata. Qualora ci ponessimo nel modo migliore nella dinamica è fondamentale che l’interlocutore sappia accettare le critiche; qualora la critica non sia ritenuta giusta è necessario difendere assertivamente le proprie posizioni, senza sentirsi offesi o feriti nell’orgoglio ma restando oggettivi e staccati. Altrimenti imparare ad usare la “parolina magica”… ed ammettere il proprio errore (che è sempre un sano esercizio di umiltà), oppure domandare aiuto e cercare di risolvere la situazione collaborando, attuando una sorta di compromesso che soddisfi entrambe le parti.
  • A volte ha invece un suo ruolo la proiezione: proiettiamo sull’altro ciò che di noi non tolleriamo, si tratta di un meccanismo inconscio. Facciamo attenzione quando qualcuno “ci sta antipatico”, spesso nell’altro ci infastidisce proprio ciò che più ci appartiene ma non vogliamo consapevolmente ammetterlo, pertanto lo rimuoviamo.
  • Esaltiamo l’altro, lo idealizziamo. Troppo. Arrivando a pensare “se mi considera valgo anch’io”, quasi non fosse un individuo, ma uno specchio riflettente  la nostra autostima. Si sentirà soffocare, si allontanerà e in noi potrebbe emergere una sorta di incontrollabile aggressività per l’abbandono che in realtà abbiamo contribuito a creare. Soluzione = lavoriamo sulla nostra autostima. Siamo così sicuri che le caratteristiche del nostro modello non ci appartengano? Siamo sicuri che non siano delle parti del nostro sé che per svariate ragioni sono state represse nel nostro percorso di crescita? Parti che attendono solo una rinascita? Più il nostro sè è rinnegato più sarà forte la nostra reazione emozionale all’altro. Se invece così non fosse lavoriamo sui nostri limiti, tutti ne abbiamo. Non siamo tuttologi ed accettarci ed amarci per come siamo è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi e alle nostre relazioni. Riflettiamo: quali sono i nostri punti di forza, lo sappiamo?
  • Proviamo invidia: la dinamica dell’invidia prevede la distruzione dell’oggetto, “non posso/riesco ad essere come lui” allora lo denigro, declamo come non valga nulla e lo critico costantemente. E così facendo torno in pace con me stesso. Soluzione = trasformare l’invidia in sana competizione. E’ la nostra ombra che parla, la strada è portarla alla luce, darle aria, farla respirare. Nulla di male ad emulare il prossimo nelle sue caratteristiche positive, integrandole nella nostra personalità in maniera creativa, senza perdere di vista il nostro vero sé. Perché dobbiamo ricordarci sempre che siamo unici al mondo ed è la differenza che costituisce la più gran ricchezza.

Il filo conduttore che lega la risoluzione di tali dinamiche nelle relazioni è la consapevolezza e focalizzarci su noi stessi anziché sull’altro.

Compiere un lavoro su di sé, che ci renda consci delle nostre emozioni e congruenti ad esse, è la strada maestra per comprendere empaticamente l’altro e le nostre reazioni alle persone che man mano incontriamo nel cammino della vita.

bansky

Coltivare la speranza

Anche il counselor deve avere la speranza dentro di sè e per scriverne prendo a prestito parole altrui:

Instaurare una relazione d’aiuto con qualcuno implica la capacità di tenere aperto il tempo davanti a sè: si schiude così un tempo di attesa in cui chi ha cura riduce la propria soggettività per creare quel campo vitale indispensabile all’apparizione della soggettività altrui. Lì la sovranità dell’io fa esperienza del fatto che la propria forza e riconoscibilità non sta nella strenua difesa di un’identità inscalfibile, quanto nella sua più radicale messa a rischio. In questa disponibilità al cambiamento l’evoluzione della relazione di aiuto si esprime in una “speranza progettuale” che sostiene la disponibilità emotiva alla ricerca di una forma con cui rinnovare l’interpretazione della vita. Sperando nella possibilità che l’altro possa liberarsi da una condizione opprimente, io ne favorisco il superamento, al contrario, mettendo in dubbio la sua realizzazione ne diminuisco in qualche modo le probabilità. Con questo non si può dire che la speranza veda ciò che sarà, ma afferma come se vedesse: essa attinge la sua autorità da una forma di visione velata, su cui fa assegnamento.
Addirittura i momenti critici, le fasi più faticose e complicate dell’esistenza sono quelle che offrono maggiormente la possibilità di cogliere nuovi significati. E’ così, ad esempio, che possiamo avvertire una sofferenza profonda per una ferita (emotiva, relazionale, fisica) rimanendo nella rassegnata contemplazione di un quadro di vita andato in frantumi, oppure possiamo incamminarci, non senza fatica e pesantezza, nel raccogliere quei cocci di esistenza per vedere come diversamente possono ricomporsi, quali altri disegni e comprensioni racchiudono. […]
Sperare significa uscire dalle tenebre nelle quali ci si sente immersi, e che possono essere le tenebre delle relazioni infrante, del fallimento, della paura, dell’angoscia. Implica un impegno intenzionale e uno sforzo di volontà per contrastare la tentazione della resa.

“La speranza è caratteristica delle anime che non si sono lasciate intorpidire dalla vita” (Gabriel Marcel)

Sperare è pertanto una virtù, è una specificazione di una certa forza interiore, e vivere nella speranza significa saper restare fedeli nelle ore di oscurità al desiderio di bene.
Speranza è infine tornare alla situazione iniziale (critica, faticosa, disagevole) senza negarla ma accostandola con uno sguardo rinnovato, sapendola trasfigurare, trascendere, in vista di altro che può anche non risultare del tutto comprensibile. Anche il mistero è da accogliere in attesa che subentri una maggiore profondità di visione.
M. Zappa da “Ri-costruire genitorialità”, Elisabetta Musi, FrancoAngeli

Chi, come me, ha sognato un mondo più abitabile, segnato da maggiore giustizia e pace, oggi si ritrova a volte smarrito, misura l’impotenza, avverte la tentazione del cinismo… Nonostante questo, mi sento ancora di rinnovare la mia fiducia negli altri, nell’essere umano, mi sento ancora di riaffermare la mia fedeltà alla terra, e di proseguire con rinnovata lucidità la battaglia ingaggiata da tanto tempo: se ho combattuto e continuo a combattere perchè il mondo cambi, oggi più che mai mi ritrovo a combattere perchè il mondo non cambi me. Davvero la bontà, la bellezza, la felicità, richiedono una lunga pazienza e una fiducia nell’altro sempre da rinnovare, a costo di sperare contro ogni speranza.
Enzo Bianchi, da “Ogni cosa alla sua stagione”, Einaudi

 

tazza di te

Una tazza di tè

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».


Chiamiamola tazza di tè della crescita. Come possiamo evolvere, umanamente e intellettualmente, se siamo pieni delle nostre certezze inossidabili?

Chiamiamola tazza di tè empatica. Come possiamo entrare in empatia con l’altro, mentre lo ascoltiamo, se siamo pieni dei nostri giudizi e pregiudizi? Per entrare in empatia è indispensabile fare dentro di sè un vuoto accogliente, che ci offra la possibilità di immaginare di indossare i  panni altrui come se fossero i nostri.

Chiamiamola tazza di tè mindfulness. Avete mai provato a bere il tè con consapevolezza? Assaporando ogni più piccolo dettaglio? Lasciandovi avvolgere dal gusto e tralasciando i pensieri disturbanti, senza fretta? Ancora una volta, facendo vuoto dentro di voi? Dando spazio al piacere?
Se vi viene in mente qualche altra tazza di tè, scrivetelo nei commenti…

Vulnerabilità e vergogna

breneBrené Brown è research professor presso l’Università di Houston. Ha speso gran parte della sua carriera accademica nello studio della vulnerabilità, del coraggio, dell’autenticità, della vergogna e dell’empatia. Ed è anche una storyteller eccezionale, capace di coinvolgere, emozionare e trasmettere concetti profondi e delicati strappando sorrisi e risate al pubblico. Da vedere assolutamente.

Da questi suoi TED Talk (sottotitolati in italiano) emergono tre punti fondamentali:

  1. Vulnerabilità non è sinonimo di debolezza.  E’ generatrice di innovazione, creatività e cambiamento. “Definisco la vulnerabilità come un rischio emozionale, l’esporsi, l’incertezza. È il carburante della vita quotidiana. E sono arrivata a ritenere – questo è il mio 12° anno di ricerca – che la vulnerabilità è la misura più accurata del coraggio – essere vulnerabili, lasciare che gli altri ci vedano, essere onesti…”
  2. Dobbiamo parlare della vergogna.  “Il critico che vediamo, che indica e ride, sapete chi è il 99 % delle volte? Noi stessi. La vergogna comporta due cliché – “mai buono abbastanza” e, se il primo non funziona, “chi ti credi di essere?”
  3. L’empatia è l’antidoto della vergogna. “La vergogna è epidemica nella nostra cultura. E per sgattaiolare via da lei, per ritrovare le strade che ci uniscono, dobbiamo capire il suo impatto su di noi e su come educhiamo i nostri figli, sul nostro modo di lavorare, sul modo di considerarci l’un l’altro.”

Freud e la caducità

freudNon molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare.
Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.
Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.

No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla.
Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttiva.
Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto.
Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.
Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di avere individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.

Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato e ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare mai ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità d’amare – che chiamiamo libido – la quale agli inizi dello sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per coì dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della
libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli. Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma questi altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere?

A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto,  forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.

Sigmund Freud, “Caducità”, 1915, volume 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989, pp 173-176.

 

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