Categoria: Empatia

Giornata mondiale della gentilezza

Il 13 Novembre è la giornata mondiale della gentilezza…

Passiamo all’azione.

E tu, che atto gentile ti sei prefissato?

La gentilezza delle parole crea fiducia. La gentilezza dei pensieri crea profondità. La gentilezza del donare crea amore.

– Lao Tze

Fai bei sogni

Fai bei sogni è la storia di un segreto celato in una busta per quarant’anni. La storia di un bambino, e poi di un adulto, che imparerà ad affrontare il dolore più grande, la perdita della mamma, e il mostro più insidioso: il timore di vivere. “Fai bei sogni” è dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi. Come il protagonista di questo romanzo. Uno che cammina sulle punte dei piedi e a testa bassa perché il cielo lo spaventa, e anche la terra. “Fai bei sogni” è soprattutto un libro sulla verità e sulla paura di conoscerla. Immergendosi nella sofferenza e superandola, ci ricorda come sia sempre possibile buttarsi alle spalle la sfiducia per andare al di là dei nostri limiti. Massimo Gramellini ha raccolto gli slanci e le ferite di una vita priva del suo appiglio più solido. Una lotta incessante contro la solitudine, l’inadeguatezza e il senso di abbandono, raccontata con passione e delicata ironia. Il sofferto traguardo sarà la conquista dell’amore e di un’esistenza piena e autentica, che consentirà finalmente al protagonista di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo. (tratto dalla copertina)

La resilienza, il Belfagor della rimozione, la verità ed il momento per dirla, il potere catartico e curativo della scrittura, la compassione ed il perdono: tutto in un solo libro, tra una lacrima ed un sorriso. Nulla vale per comprendere l’Uomo come l’ascolto di una vita vissuta, profondamente ed umanamente espressa, mentre si pone quelle domande esistenziali che ci accomunano tutti e da cui spesso, troppo spesso, fuggiamo. L’ho letto quando era uscito dalle stampe da appena un giorno, come quei doni che s’attendono non sai quando e non sai come, ma che prima o poi vedono la luce. Altro non sono che quella voce che risuona in ognuno di noi, come un canto di cui conosciamo la melodia ma non le parole, ma che sappiamo esistere. Da qualche parte, per bocca di qualcuno, che ha il talento e la forza per condividerle.

Qui la videointervista andata in onda a “Che tempo che fa” il 4 marzo.

Come creare empatia con una sola parola

Parola empatia
Se fossi un eremita che vive solitario sulle vette del Kilimangiaro, non dovrei avere bisogno di interagire con le altre persone. Ma visto che il mio paese, per quanto piccolo, conta comunque i suoi diecimila abitanti, per forza di cose parlo ogni giorno con qualcuno. Famiglia, amici o estranei, le relazioni sociali sono alla base della comunità nella quale viviamo.

E per questo è importante imparare come creare empatia, come relazionarsi meglio con gli altri.

Ci sono tanti modi per farlo, dalle parole alla famigerata comunicazione non verbale. Un insieme di tecniche che si propongono di creare un rapporto emotivo fra due persone, in maniera naturale o artificiale. Tuttavia, c’è una parola magica che funziona in tutte le situazioni e che ti permettere di creare empatia con il tuo interlocutore.

Non devo stare qui ad illustrarti i vantaggi che si hanno quando si crea un legame emotivo con una persona. Non deve essere per forza amicizia o addirittura amore, basta quel filo di empatia necessaria per farti risaltare rispetto a tutti gli altri. Quanto basta per essere considerato una persona con le sue caratteristiche peculiari, e non uno fra i tanti.

Fondamentale nel commercio, ma anche nella vita personale. Migliorando le tue relazioni con gli altri potrai vivere una vita migliore, più piena perchè con più emozioni.

In più, e questo mi preme sottolinearlo, la tecnica di oggi non si tratta di qualcosa di artificioso, di innaturale. Ci sono molte tecniche che puntano a creare una specie di empatia fasulla, basata sul nulla. Ad esempio, è risaputo che imitare la postura dell’interlocutore aumenta la sua empatia nei tuoi confronti. Tuttavia si tratta di un escamotage, perchè si fonda sull’imitazione non spontanea dei movimenti. Se vuoi mantenere empatia in questo modo, devi continuare ad usare quella tecnica.

La parola magica per creare empatia

Quindi, qual’ è questa fantastica parola che ha tutte queste proprietà benefiche e nessuna controindicazione? Okay, lo ammetto, ti ho mentito: non si tratta di una parola sola. Però la possiamo riassumere molto semplicemente.

Il nome.

Tutto qui. Per qualsiasi persona, il proprio nome è la parola più dolce e familiare che possa sentire. Pensaci: nell’infanzia senti il tuo nome migliaia di volte, pronunciato dai genitori e dalle persone che ti stanno più a cuore. Nei primi anni di vita impari quindi ad associare al nome una situazione di benessere, di sicurezza.

Passata l’infanzia, le persone iniziano ad usare il tuo nome per chiamarti, per attirare la tua attenzione. Hai presente quando sei con la testa fra le nuvole, e non ascolti minimamente le parole di chi ti sta intorno? Quando qualcuno pronuncia il tuo nome, subito caschi dalle nuvole. Questo avviene perchè l’inconscio ascolta sempre tutto, ma quando sei sovrappensiero le informazioni non passano alla mente conscia. Ma il nome è associato ad una situazione che richiede la tua attenzione, e quindi ha la priorità su tutto il resto.

Cosa significa questo? Significa che quando pronunci il nome di qualcuno, il suo inconscio automaticamente si concentra su di te.

Per dirla con il linguaggio della programmazione neurolinguistica, si crea un’ancora fra il tuo nome e questa sensazione: senti il tuo nome, e subito vengono richiamante certe emozioni. Per la precisione, sono due le emozioni collegate al nome:

  • Sicurezza, benessere
  • Attenzione

Non sei ancora convinto che il semplice nome crei empatia? Allora prova a pensare a una situazione nella quale il tuo nome è stato pronunciato per rivolgersi a qualcun altro. Può essere una conversazione fra amici, ma può essere anche un libro o un film. Riesci a ricordarti una situazione del genere? Che sensazione hai provato?

Scommetto che ti ha fatto uno strano effetto, prima di tutto. Normale, l’inconscio ha già abbinato il tuo nome con la tua identità e fa a fatica a concepire che altre persone possano chiamarsi come te. Se pensi ad una storia dove il protagonista ha il tuo nome, sono sicuro che avrai provato una strana immedesimazione per lui o lei. Quasi come se quel personaggio fossi tu: questa non è forse empatia?

Conclusione

Se vuoi creare una relazione emotiva con un altra persona, utilizza spesso il suo nome. Quando saluti qualcuno non dire semplicemente “ciao”, ma dì “ciao Agamennone”. E utilizza il nome ogni volta che vuoi dare una certa rilevanza ad una tua frase, quando vuoi che sia recepita pienamente dall’interlocutore.

Come vedi, questa non è una tecnica per creare un falso legame. L’empatia sarà autentica, perchè non stai fingendo niente: l’unica cosa che fai è dire il nome di qualcuno. Questo ti permetterà di avere delle relazioni più soddisfacenti sotto tutti i punti di vista, e in generale un’ottima vita sociale.

Prova ad usare questa parola magica se pensi di non essere bravo a comunicare con gli altri, e vedrai che le cose miglioreranno molto.

Vantaggio bonus: se ripeti più volte il nome di una persona che hai appena conosciuto, riuscirai a ricordare meglio il suo nome! 🙂

Ti è piaciuto questo articolo? Bene! Allora passa a trovarmi sui mio blog Mindcheats – Trucchi per sfruttare la mente. 🙂

Ho ospitato volentieri questo post di Stefano, passate a salutarlo!

Giornata della Memoria

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel, La notte, La Giuntina, Firenze 1980

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

Tutti noi, sopravvissuti per cento, mille casi fortuiti, o miracoli divini – non importa come li si chiami – lo sappiamo bene e possiamo dirlo tranquillamente: i migliori non sono ritornati. – Viktor E. Frankl

Balbuzie ed empatia, facciamo il punto

E’ noto come la balbuzie si manifesti somaticamente con blocchi nel parlato, esitazioni e prolungamenti di suono sebbene troppo spesso ci si focalizzi soltanto su cosa appare all’esterno, su ciò che è udibile, ritenendolo l’unico fattore degno di nota; non consideriamo il vissuto interno e le conseguenze emotive che comporta un disturbo che colpisce così pesantemente la sfera della comunicazione. Non poter esprimere cosa si vuole quando si vuole ingenera nel tempo una sensazione di impotenza appresa, causando un’impressione di perdita di controllo (Quesal, 2010).

Convinzione che porterà nel tempo chi balbetta ad evitare le situazioni temute, al silenzio imposto a se stessi per timore della brutta figura, quando invece ci sarebbe “tanto da dire e da comunicare”. La balbuzie è variabile e ciclica per sua natura. Variabile nel senso che si presenta più o meno gravemente in base alle circostanze e situazioni (meno in contesti scevri da ansia da prestazione, quasi nulla parlando da soli e nella lettura all’unisono, assente nel canto), ciclica nel senso che può attenuarsi nel tempo per poi inaspettatamente ricomparire, senza un perché o una causa scatenante. Le persone che balbettano ritengono di poter essere comprese soltanto da chi è colpito dal medesimo problema, ed in effetti hanno spesso – anche se non sempre – ragione. Per poter comprendere almeno in parte, è necessario far ricorso all’empatia. Ma cos’è l’empatia? E’ la capacità di mettersi in contatto con un’altra persona, immedesimandosi sino a coglierne gli stati d’animo. (Dizionario di scienze psicologiche, Edizioni Simone); che non saranno mai esattamente uguali, ma “come se”. In parole povere immaginare di camminare con le scarpe di un altro. E’ per questo che i programmi che affrontano la rieducazione del parlato dovrebbero rivolgersi non soltanto all’apprendimento di tecniche per riguadagnare la fluenza, misurando la riuscita dell’intervento in base all’assenza o meno dei blocchi. Ma porre come centrali le sfere relazionali ed emotive, accompagnando la persona che balbetta in un cammino di cambiamento avvalendosi delle risorse interiori e dei punti di forza – unici per ognuno, col fine ultimo di  riprendere il controllo della propria vita.

Fonti

1.

Quesal RW. Empathy: perhaps the most important E in EBP. Semin Speech Lang. 2010 Nov;31(4):217-26. PMID: 21080294. [PubMed] [Read by QxMD]

Dove vai? A scuola di empatia

Daniel Goleman ci parla di Intelligenza emotiva sin dagli anni ’90, ovvero di un modo alternativo di essere intelligenti, utile alla vita pratica, dove il quoziente intellettivo in senso stretto e gli studi effettuati contano relativamente, perchè il successo nella vita dipende da altro.

Ad oggi le aziende più innovative non ricercano soltanto il curriculum perfetto, con chiarezza espositiva, corsi universitari ed esperienze professionali presentate con efficienza. Il candidato durante il colloquio è spesso chiamato a  dimostrare doti di flessibilità, adattabilità, creatività, capacità di gestione delle relazioni e abilità sociali per cooperare e lavorare in team.

Ambiti come la vendita o la dirigenza richiedono doti empatiche non meno di professioni orientate all’aiuto e all’insegnamento e la “sordità emotiva” rischia di far pagare caro il suo scotto, non soltanto nella vita privata e amicale.
Quali sono, secondo Goleman, le competenze emotive e sociali che ognuno di noi è pertanto chiamato a far proprie?

  1. Consapevolezza di sé: conoscere in ogni particolare momento i propri sentimenti e le proprie preferenze e usare questa conoscenza per guidare i processi decisionali; avere una valutazione realistica delle proprie abilità e una ben fondata fiducia in se stessi.
  2. Dominio di sé: gestire le proprie emozioni così che esse – invece di interferire con il compito in corso – lo facilitino; essere coscienziosi e capaci di posporre le gratificazioni per perseguire i propri obiettivi; sapersi riprendere bene dalla sofferenza emotiva.
  3. Motivazione: usare le proprie preferenze più intime per spronare e guidare se stessi al raggiungimento dei propri obiettivi, come pure per aiutarsi a prendere l’iniziativa; essere altamente efficienti e perseverare nonostante insuccessi e frustrazioni.
  4. Empatia: percepire i sentimenti degli altri, essere in grado di  adottare la loro prospettiva e coltivare fiducia e sintonia emotiva con un’ampia gamma di persone fra loro diverse.
  5. Abilità sociali: gestire bene le  emozioni nelle relazioni e saper leggere accuratamente le situazioni e le reti sociali; interagire fluidamente con gli altri; usare queste capacità per persuaderli e guidarli, per negoziare e ricomporre dispute, come pure per cooperare e lavorare in team. (Goleman, Lavorare con intelligenza emotiva, 376).

La scuola prima ed i percorsi universitari poi non prevedono una formazione all’essere umano, un’alfabetizzazione emotiva. Se da una parte dismalcorati assistiamo all’incipiente disgregazione dei valori, alla sete di successo all’insegna del tutto e subito, alla crisi economica, morale ed ambientale, dall’altra il movimento di riscoperta dell’empatia (caratteristica distintiva dell’essere umano che può essere appresa ed allenata) si muove galoppando e coinvolgendo ogni ambito della società come sana reazione ed istinto di sopravvivenza della specie.
Ed è in questo contesto culturale che nascono nuove professioni o  si riscoprono antiche pratiche, eccone alcune:

  • il counseling in qualità di percorso di consapevolezza e  relazione di aiuto,
  • la grafologia come conoscenza di sè e degli altri,
  • l’arte intesa come esplorazione e manifestazione di sè.

Attività, percorsi e laboratori che non si rivolgono all’individuo psichicamente patologico, ma a chi desidera ascoltare la propria voce interiore, accedere alle  risorse  sopite e risvegliare quella fiammella capace di esprimere il meglio di ognuno di noi.

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