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La strada sicura

Capita tuttavia qualche volta che qualcuno dentro di noi si faccia vivo, per esempio con un sogno, con un sogno che ci turba senza comprenderne il motivo, anche senza capirne un accidente. Dovete sapere che questo qualcuno ha, a proposito della strada sicura, un’opinione diversa dalla vostra. Ha anzi una convinzione ben precisa: cioè che la strada sicura molto spesso (lui ritiene addirittura quasi sempre) non porti da nessuna parte, che lì su quella strada non c’è per nulla la vita che vogliamo, che lì non troveremo affatto il meglio per noi. E così ci ammonisce di prestare molta attenzione: non siamo noi a imboccare la strada sicura, è lei che ci imbocca e, a un certo punto, ci inghiotte.

Questo qualcuno vorrebbe persuaderci piuttosto che è opportuno accettare il rischio di cambiare strada e di avventurarsi verso ciò che a noi sembra del tutto sconosciuto. Che non c’è niente di sbagliato in questo. Certo  ci vuole un pò di coraggio, un pò di azzardo, ma è sulle strade insicure che cammina quel “me stesso” che forse, senza saperlo, stiamo cercando. O che dovremmo cercare. Perchè questo qualcuno sa che il senso di tutta la storia (di tutta la nostra storia) è proprio di essere incamminati verso ciò che è più sconosciuto. E che, quando pure lo raggiungessimo, dovremmo comunque abbandonarlo per inoltrarci un’altra volta verso un luogo ancora più sconosciuto.

Questo qualcuno conosce, in definitiva, un segreto prezioso per il nostro cammino: prendere strade insicure non è nient’altro che un salutare allenamento in vista del transito finale.


Brano tratto da: “Nel giardino di Jung”, Gian Piero Quaglino-Augusto Romano, Raffaello Cortina Editore

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio. (Tagore)

Il coraggio di essere se stessi

Tang era un giovane operaio che viveva in un regno d’oriente. Lavorava il rame e fabbricava magnifici utensili che vendeva al mercato. Era felice di vivere e aveva un eccellente livello d’autostima. L’unica cosa che ancora gli mancava era la donna della sua vita. Un giorno, un messaggero venne ad annunciare che il re voleva maritare la propria figlia al giovane suddito che avesse dimostrato di possedere la maggiore autostima. Nel giorno convenuto, Tang si recò al castello e lì trovò parecchie centinaia di giovani pretendenti. Il re li guardò tutti e chiese al suo ciambellano di consegnare ad ognuno di loro cinque semi di fiori, poi li pregò di tornare a primavera portando con sè un vaso con i fiori sbocciati dai semi che avevano ricevuto. Tang piantò i semi e li curò assiduamente, ma non accadde nulla.

Niente germogli, niente fiori.
Alla data fissata Tang prese il suo vaso senza fiori e partì per il castello. Centinaia di altri pretendenti portavano vasi pieni di fiori meravogliosi e si prendevano gioco di Tang e del suo vaso di terra senza fiori. A quel punto il re chiese che ciascun pretendente sfilasse davanti a lui presentando il proprio vaso. Un pò intimidito, Tang giunse al cospetto del re: “Non è germogliato alcun seme, Vostra Maestà”, disse. Il re gli rispose: “Tang, resta qui vicino a me.”
Quando i pretendenti ebbero sfilato il re li mandò via tutti, a eccezione di Tang, e annunciò a tutto il regno che Tang e sua figlia si sarebbero sposati l’estate seguente. Fu una festa straordinaria. Tang e la principessa erano sempre più innamorati l’uno dell’altra. Erano molto felici.
Un giorno, Tang chiese a suo suocero: “Maestà, come mai avete scelto me come genero anche se i miei semi non erano fioriti?” E il re rispose: “Perchè quei semi non potevano fiorire, li avevo fatti bollire una notte intera! Tu sei stato l’unico a dimostrare abbastanza stima di te stesso e degli altri da essere onesto! Era un uomo così che volevo per genero.”

Brano tratto da: Quaderno d’esercizi per per l’autostima, di Rosette Poletti & Barbara Dobbs, Antonio Vallardi Editore.

L’ascolto attivo

Ascolto attivo come apprendimento, qui di seguito una breve bibliografia:

E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato.
– Carl Rogers

ascolto attivoIl dialogo presuppone l’ascolto.
Non c’è dialogo senza ascolto partecipe dell’altro, senza il nostro impegno a comprendere quanto l’altro ci vuole comunicare.
La maggior parte delle situazioni di conflittualità ed incomprensione dipendono dalla nostra difficoltà a riconoscere il punto di vista dell’altro. Siamo così incapaci di ascoltare che tutte le volte che c’è qualcosa che non va, afferminamo con sbrigativa semplicità che “gli altri sbagliano e non ci capiscono”. […]
Per ascolto non intendiamo il semplice tacere per permettere all’altro di parlare, un “fare a turno nel prendere la parola”.
Non si ascolta con le orecchie ma con la mente e con il cuore.
L’ascolto è un atto volontario che oltrepassa le parole: esso non si affida al semplice registrare ciò che l’altro dice, ma è solerte cura a trovare tra le “pieghe” del suo discorso e le sue mutevoli espressioni, un senso che è apertura ai possibili interrogativi che l’altrui “enunciazione” evoca.

Counseling ad orientamento transpersonale. Franco Nanetti, Edizioni MyLife.


L’ascolto è un processo attivo che richiede impegno e concentrazione, nonchè la capacità di mettere da parte i propri problemi e preoccupazioni – per lo meno temporaneamente.
Talvolta sentiamo o udiamo le parole che le altre persone ci dicono ma ascoltare e sentire non sono la stessa cosa: spesso sentiamo le parole pronunciate da qualcuno senza una reale comprensione del messaggio globale che ci vorrebbe comunicare.
Probabilmente una delle ragioni per le quali l’ascolto è un’abilità così scarsamente sviluppata risiede nel fatto che non ci è stato insegnato a valorizzarla da bambini.
E’ soltanto quando si verificano situazioni traumatiche o di crisi, magari nella seconda parte della vita, che le persone si accorgono del deficit di ascolto – non soltanto in se stesse ma anche negli altri.
Questi episodi taumatici o di crisi possono, specialmente quando ci toccano da vicino personalmente, farci comprendere quanto dipendiamo dall’aiuto degli altri. L’ascolto attivo, per lo meno all’inizio, è la forma più efficace di aiuto che possiamo dare alle persone che soffrono di uno sconvolgimento emozionale o un trauma.

Abilità di counseling. Margareth Hough, Erickson.


Un importante presupposto per una percezione e risposta empatica adeguate è quello che viene definito ascolto attivo. E’ questa la capacità di assumere il ruolo del ricevente utilizzando un’attenzione non strutturata, centrata sulla comunicazione dell’emittente e discriminare le varie parti del messaggio per elaborare e rispondere all’emittente.
Nell’ascolto attivo sono coinvolti tre processi: ricezione, elaborazione e risposta al messaggio. E’ soprattutto il primo processo a implicare un’attenzione non strutturata, centrata sui messaggi dell’emittente. Altro elemento importante è porre l’attenzione alle modalità non verbali (sensoriali) utilizzate prevalentemente dal cliente quando si esprime (visive, cenestesiche o uditive).

Manuale di comunicazione e counseling. Achille Miglionico, Centro Scientifico Editore.


L’ascolto comprensivo deve essere effettuato con l’interezza della nostra persona, prestando attenzione in particolare alle emozioni dell’altro, è desiderio di comprendere realmente, significa centrare la comunicazione sul tu, implica non aver paura delle pause e del silenzio, ma al contrario rispettarli e utilizzarli per comprendere. […] Per poter acquisire competenze di ascolto comprensivo occorre una formazione specifica. Il primo passaggio richiesto è acquisire capacità di liberarsi dal proprio modo abitudinario di vedere e interpretare gli avvenimenti e le situazioni per potersi avvicinare e comprendere il punto di vista dell’altro. Una domanda che è utile porsi ripetutamente in caso di ascolto comprensivo riguarda il significato di ciò che stiamo ascoltando e osservando relativamente al nostro interlocutore, la conoscenza approfondita delle regole della comunicazione, la capacità di saper osservare se stessi e di sapersi automonitorizzare per comprendere più chiaramente anche la dinamica della relazione interpersonale.

Counseling, dalla teoria all’applicazione. Annamaria Di Fabio, Giunti.


In primo luogo, l’ascolto attivo è caratterizzato dall’assenza di direttività. In questo tipo di approccio, il counselor più che condurre il colloquio in senso stretto, nel senso di dirigerlo verso l’approfondimento degli argomenti scelti dall’operatore, facilita l’esposizione del cliente. Cerca, così, di aiutare il cliente a sviluppare liberamente il suo punto di vista, il suo discorso, senza interferenze o ingerenze nella scelta delgi argomenti da trattare o da approfondire. Nella forma più pura di ascolto attivo, il counselor si “limita” ad ascoltare e a cercare di comprendere il punto di vista del cliente, partecipando all’esperienza del cliente tramite la riformulazione degli elementi essenziali di ciò che ha compreso. Il secondo elemento essenziale dell’ascolto attivo, quindi, consiste nell’utilizzo della tecnica della riformulazione, quale modalità di traduzione in parole del tentativo, da parte del counselor, di comprendere l’esperienza soggettiva dell’altro.

Il Colloquio di counseling. Vincenzo Calvo, Il Mulino

Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro di una presenza ascoltante: lascio che l’altro mi stia di fronte, che mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suo profumo, il suono della sua voce…). Ascolto è anche dono del tempo: attendere l’altro, con le sue esitazioni e i suoi ritardi, con la sua difficoltà ad esprimersi, con i suoi timori e le sue reticenze.

– Enzo Bianchi – Ogni cosa alla sua stagione

Crescere

Tutti noi – nessuno escluso – siamo nati con le potenzialità per crescere. Se impariamo a mettere in pratica questo potenziale, vivremo una vita di intensità e di pienezza indicibili. Riusciremo a sviluppare delle risposte di crescita che ci permetteranno di andare ovunque e di fare qualsiasi cosa. …[…] Crescere è la nostra vera ragione di vita. I processi umani rappresentano il veicolo della nostra crescita. Noi, come esseri umani, siamo il prodotto dei nostri processi. In effetti, siamo umani solo se siamo in grado di gestire i processi umani.

E alla fine, o moriremo crescendo, oppure moriremo condizionati ed impotenti, profughi e senza casa nel nostro stesso mondo.

L’Arte di aiutare, Robert Carkhuff, Erikson.

Immagine di Chiarart

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