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empatia e simpatia

Empatia VS Simpatia

Teresa Wiseman ha individuato le quattro qualità dell’empatia: assunzione di prospettiva, la capacità di mettersi nei panni di un’altra persona, nessun giudizio e… Comunicarlo! Ma quante volte riusciamo a farlo? Quante volte invece cadiamo nell’indulgenza, in frasi apparentemente consolatorie che in realtà comunicano distanza oppure una valutazione, mascherata da consiglio? Empatia invece è entrare in connessione con l’Altro e spesso non sono nemmeno necessarie le parole. Basta un abbraccio.

Empatia e bambini

Rabbia, paura, colpa, felicita’ e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere piu’ empatici e migliorano le loro capacita’ cognitive. E’ il risultato di uno studio, condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Universita’ di Milano-Bicocca e pubblicato sul Journal of Experimental Child Psychology, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.

Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Universita’ di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di “teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si e’ passati alla fase di training che e’ durata circa due mesi.

Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo e’ stato a sua volta suddiviso in piccole classi di circa sei bambini.

Le attivita’ si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicita’, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni e’ stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro e’ stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto. I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti e’ stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento. E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente. La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini – tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.

“La novita’ dello studio – ha spiegato Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione – consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacita’ cognitiva di ‘teoria della mente’, ovvero nella capacita’ che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (‘se ha fatto questo, forse e’ perche’ desiderava qualcosa’; ‘se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato’)”. “All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari – ha aggiunto Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca – e’ possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilita’ socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacita’ di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilita’ indispensabile nella vita sociale”. Fonte: (AGI) Red/Pgi .

aquilone

Liberare i segreti

Sostenere di non avere segreti per nessuno equivale a dire che non si mente mai. Ognuno di noi ne possiede, grandi o piccoli che siano. I segreti regolano la distanza emotiva nelle nostre relazioni, non diciamo tutto a tutti. I segreti servono a non scalfire l’immagine sociale. I segreti esistono per non far del male inutile agli altri. E così via… Potrei scrivere un elenco infinito di motivazioni che ci spingono a non aprire quel piccolo scrigno segreto che ognuno di noi custodisce da qualche parte.
Questo vale quando i segreti sono innocui, o ci fanno sorridere.
Ma quando i segreti ci nuocciono? Quando diventano un peso insopportabile? Quando invece di proteggere minano le relazioni con i non detti? Quando temiamo che una volta rivelati ci rovinino per sempre? Quando si trasformano in una trasmissione generazionale all’interno della famiglia, una sorta di congiura del silenzio? Argomenti intoccabili, tabù?
Col passare del tempo si fanno inevitabilmente  più difficili da gestire e finiscono per occupare uno spazio interiore troppo grande, alterando la nostra autenticità, creando ansia, timore del giudizio, senso di inadeguatezza, convinzione di non poter essere compresi o creduti. Da nessuno.
Bene, non è vero. Non è vero.
Quanto sarebbe liberatorio esprimerli, allora?
Ma a chi?
A qualcuno di cui ti fidi, che sia un amico o uno sconosciuto; a qualcuno che ti garantisca la riservatezza o come primo passo a qualcuno che abbia fatto dell’ascolto una professione. E nella liberazione catartica scoprirai che rendendo dicibile l’indicibile avrai meno paura di continuare a parlarne. A tutti o solo ad alcuni, che sceglierai. E se deciderai di non comunicarlo a nessun altro avrai comunque rotto il muro del silenzio.

Scoprirai che hai la vita davanti, la tua.

E non il tuo segreto, che ti ha bloccato per tanto tempo.
Parlare aiuta, senza se e senza ma.

Per dirlo con gli scritti di Eugenio Borgna (Le emozioni ferite), noto maestro della fenomenologia italiana: “la parola che crea fiducia e stabilisce un contatto emozionale, la parola che incrina le solitudini e libera gli aquiloni della speranza nei vortici storditi del vento…”

 

Prontuario per il brindisi di capodanno

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, pp. 13-14).

Legge Fabio Volo:

psicofarmaci

La pietà chimica

FOGLIETTO ILLUSTRATIVO

Sono un tranquillante.
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all’udienza,
incollo con cura le tazze rotte –
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d’acqua.

So come trattare l’infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l’ingiustizia,
rischiarare l’assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti –
fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto
che la vita va vissuta con coraggio?

Consegnami il tuo abisso –
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata)
per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c’è più.

Wislawa Szymborska – La gioia di scrivere – Tutte le poesie – Adelphi.

I dati allarmano e riflettono un atteggiamento mentale di evitamento o di spasmodica ricerca di sensazioni, di “tutto e subito” e nel contempo di paura: non voler sentire /percepire il dolore, sia fisico che emotivo. Alcuni esempi:

  • Dal 2000 al 2008 il consumo di antidepressivi in Italia è aumentato del 310%.
  • I sedicenni (10%) nel nostro paese fanno uso smodato e senza controllo medico di psicofarmaci, per fini non attinenti ad alcuna malattia.

Fermo restando l’uso di psicofarmaci prescritti da un medico a fronte di una patologia conclamata ed altrimenti non trattabile, altro caso è non elaborare una perdita, una sconfitta, negare e negarsi una crisi esistenziale annebbiando le emozioni con l’idea di base del dolore come evento inaccettabile, da cancellare immediatamente perché non previsto, da controllare perchè non invada. I tumulti dell’anima spaventano… Come possiamo immaginare di fuggire il dolore e riuscire a vivere consapevolmente la gioia, quando si presenterà?
In molti casi sarebbe invece sufficiente “attivare un canale d’ascolto” dove dare un senso alla propria storia, uno spazio dove il prendersi cura delle proprie ferite diventi un semplice atto d’amore verso se stessi.

E così, dopo l’Homo erectus, l’Homo sapiens, l’Homo faber, l’Homo psychologicus, si sta passando all’Homo Chimicus. – V.L. Castellazzi

Avatar, empatia e comunicazione online

avatarL’ uso degli avatar, es. quello qui a destra, rende la comunicazione online “piu’ umana” stimolando interattivita’ ed empatia.

Così ci dice una ricerca, condotta da Laramie Taylor (2010), che ha analizzato le risposte di Yahoo Answer, un servizio dove le persone si iscrivono per porre domande e replicare alle questioni più disparate.

Un primo studio ha analizzato 881 risposte a 132 domande, mentre il secondo ha esaminato la natura altruistica delle persone che hanno risposto e l’eventuale uso degli avatar su 125 risposte. Ed è emerso come in questo tipo di comunità virtuale l’uso degli avatar aumentasse considerevolmenete il coinvolgimento emotivo dei partecipanti, infatti gli utilizzatori ricevevano non solo un maggior numero di riscontri ma erano anche  espressi più empaticamente.

Il secondo studio ha invece evidenziato che chi era solito rispondere a quesiti con un avatar si caratterizzava per essere spinto da motivazioni interpersonali e altruistiche. I risultati sottolineano il potenziale valore aggiunto degli avatar come parte della interattività nei forum, infatti i siti nati per offrire supporto sociale ed aiuto, facilitando l’espressione e la condivisione delle emozioni, possono stimolare maggiormente la partecipazione offrendo ai propri utenti la possibilità di scegliere facilmente un avatar.

Le persone amano avere prova tangibile, sebbene solo virtuale, che esista davvero una persona dietro lo username con cui interagiscono online, un essere umano con le sue emozioni, esattamente come noi.

Fonti

1.

Taylor LD1. Avatars and emotional engagement in asynchronous online communication. Cyberpsychol Behav Soc Netw. 2011 Apr;14(4):207-12. PMID: 20969455. [PubMed] [Read by QxMD]

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