Mese: Settembre 2010

training autogeno

Training autogeno e ricerca

Il Training autogeno di J.H. Schultz è una tecnica di rilassamento conosciuta tra la gente comune per essere particolarmente utile in caso di ansia e disturbi psicosomatici, mentre può essere utilizzata in svariati ambiti, anche non patologici:

  • Nello sport per migliorare sia concentrazione che performance
  • In azienda, per prevenire burn-out e stress ottimizzando la produttività
  • Da qualsiasi individuo sano a scopo preventivo e/o  crescita personale.

Training autogeno significa “allenamento” che si genera (greco=genos) “da sé” (greco=autos)

Il training consta nell’ allenarsi, inizialmente tre volte al giorno, nell’esecuzione dei sei esercizi di base (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) con la guida di un conduttore che abbia adeguata formazione: esistono molti manuali “fai da te” in commercio, ma essere accompagnati nell’apprendimento della tecnica evita di incorrere in inevitabili errori, che renderebbero vano lo sforzo.

Successivamente, una volta appreso il metodo, nell’arco di circa 10/12 incontri, è possibile continuare da soli e diventare completamente autonomi assaporando i benefici effetti della distensione nella vita quotidiana. Ma quali sono?

  1. Un più profondo e rapido recupero di energie
  2. L’autoinduzione della calma
  3. Il miglioramento nelle prestazioni
  4. L’autodeterminazione attraverso formule di proponimenti in base alle necessità del singolo
  5. Introspezione e autocontrollo, grazie alla visualizzazione interiore durante lo stato di concentrazione passiva.

Una ricerca recentemente pubblicata nel Journal of Clinical and Experimental Hypnosis indaga per la prima volta gli effetti del training autogeno nel cervello tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI): 19 soggetti allenati ed un gruppo di controllo sono stati valutati durante una sessione di training ed è emersocome nei primi sia maggiore l’attivazione della zona dell’insula e della corteccia prefrontale, il che ci suggerisce e comprova come i soggetti esperti siano differenti nel processamento delle emozioni e nel grado di auto-consapevolezza.

Da leggere:

– Il Training autogeno, J.H. Shultz, Esercizi inferiori, Feltrinelli. – J. L. G. De Rivera y Revuelta, Psicoterapia autogena – 1 parte Training Autogeno di Base, Edizioni Libreria Cortina, Torino

Fonti

1.

Schlamann M1, Naglatzki R, de Greiff A, Forsting M, Gizewski ER. Autogenic training alters cerebral activation patterns in fMRI. Int J Clin Exp Hypn. 2010 Oct;58(4):444-56. PMID: 20799123. [PubMed] [Read by QxMD]

balbuziente cantare

Balbuzie e canto

Non si balbetta nè per timidezza, nè per troppa emotività. Le ragioni sono svariate e complesse ma non sono psicologiche.

Solo fino a pochi anni fa la balbuzie era ancora avvolta da un alone di mistero.
Grazie a complesse tecniche di indagine diagnostica ed esplorativa non invasive (es. PET, risonanza magnetica funzionale, tac etc.), che hanno permesso di indagare zone del nostro corpo prima irraggiungibili, oggi è possibile fornire delle prime risposte a quesiti che lasciavano dubbiosi anche gli operatori del settore.
Tutte le persone che balbettano sanno che durante il canto riescono a modulare la propria voce fluentemente, senza sforzo alcuno, esattamente come accade durante la lettura corale.
Come noto, le zone cerebrali deputate alla produzione del parlato sono posizionate nell’emisfero sinistro del cervello, mentre i risultati delle recenti ricerche (Jeffries, Fritz, Braun – Neuroreport, Brain Imaging, 2003) ci dimostrano che la generazione delle parole durante il canto è associata ad un’attivazione di aree dell’emisfero destro che non corrispondono ad aree omologhe controlaterali; questi risultati suggeriscono che multipli networks neuronali sono coinvolti nel meccanismo della produzione del canto.
La maggiore attivazione dell’emisfero destro ci spiega gli effetti di evocazione della fluenza durante il canto in disordini come l’afasia e la balbuzie e supporta la teoria di una concausa biologica nella genesi e nell’andamento di tale disturbo, spiegandoci perchè cantando  scompaiano i blocchi che restano invece udibili nel parlato comune.
Pur restando necessarie ulteriori conferme, la ricerca continua a rispondere scientificamente agli interrogativi che finora hanno accompagnato la balbuzie, spesso scartando la causa psicologica tra i complessi fenomeni che la contraddistinguono.

Il canto, inoltre, migliora gli effetti dei disturbi del parlato siccome stimola direttamente la muscolatura associata alla respirazione, alla fonazione e all’articolazione della parola. L’atto di cantare produce inspirazioni più profonde e veloci, seguite da espirazioni più regolate ed estese e richiede inoltre che il respiro sia più controllato per riuscire a mantenere le note, infatti controllo vocale ed intensità sono più elevati. In aggiunta vi sono studi che dimostrano come l’allenamento al canto aumenti la forza muscolare respiratoria. Durante gli episodi di balbuzie le corde vocali si contraggono forzatamente (laringospasmo) e cantare, mantenendo l’espirazione costante e controllata, le conserva aperte e rilassate, evitando che il sintomo si presenti.

Ecco spiegato perchè diversi metodi che perseguono il controllo della balbuzie si avvalgono anche dell’insegnamento di tecniche che, in un modo o nell’altro, mirano a modulare diversamente la respirazione.

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