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Persone altamente sensibili

Come fiorisce una persona altamente sensibile

Dalla sopravvivenza emotiva a una vita che finalmente respira: persona altamente sensibile 

C’è una stanchezza che le persone altamente sensibili conoscono bene. Non è quella che si risolve dormendo di più. Non è nemmeno la fatica evidente di chi è sopraffatto dagli impegni.

È una stanchezza più silenziosa. Somiglia a quella di chi, per anni, ha vissuto trattenendo appena il respiro.

Arriva un momento — spesso senza clamore — in cui una persona altamente sensibile smette di chiedersi come fare a reggere ancora e inizia a domandarsi, quasi sottovoce, se questa sia davvero la vita per cui è nata.

Non perché vada tutto male. A volte, anzi, va anche “abbastanza bene”.

Ma qualcosa non fiorisce.

Quando la sensibilità viene scambiata per resistenza

All’inizio la sensibilità sembra solo un tratto impegnativo. Si impara presto a leggere le stanze, a cogliere i non detti, a sentire prima degli altri ciò che sta per accadere. A scuola, al lavoro, nelle relazioni, la persona sensibile diventa quella che capisce, che regge, che tiene insieme.

E spesso viene apprezzata proprio per questo.

Quello che nessuno insegna è quanto a lungo si possa vivere così senza iniziare a perdere pezzi di sé.

Se vuoi ritrovare le radici di questa esperienza (e riconoscerti senza etichette pesanti), puoi leggere anche
PAS: persone altamente sensibili.

Persona altamente sensibile

Non è “sentire troppo”. È adattarsi troppo a lungo

La maggior parte delle persone altamente sensibili non soffre perché sente troppo. Soffre perché si adatta troppo a lungo.

Ai ritmi che non le appartengono. Alle relazioni che chiedono più di quanto restituiscono. A contesti rumorosi — emotivamente o sensorialmente — in cui è sempre lei a fare un passo indietro.

All’esterno funziona. Dentro, qualcosa si irrigidisce.

La sensibilità, quando non trova spazio, smette di essere una sorgente e diventa una spesa energetica continua.

La svolta non è esporsi di più. È proteggersi senza chiudersi

Poi, a un certo punto, accade qualcosa.

Non sempre è una crisi. Non sempre è un crollo.

A volte è solo una frase che non riesci più a dire. Un invito che declini senza spiegare. Un silenzio che, per la prima volta, non ti pesa.

È il momento in cui smetti di chiederti come esporti di più e inizi a chiederti come proteggerti senza chiuderti.

Perché fiorire, per una persona altamente sensibile, non significa esporsi di più. Significa regolarsi meglio.

Permeabile non significa fragile

C’è una convinzione diffusa — e profondamente ingiusta — secondo cui per stare bene una persona sensibile dovrebbe diventare più forte, più spessa, meno permeabile.

Ma la verità è un’altra.

La persona altamente sensibile non è fragile. È permeabile.

E la permeabilità, se non viene accompagnata, diventa sovraccarico. Se invece trova spazio, diventa profondità abitabile.

Fiorire non è sentire tutto. È iniziare a distinguere ciò che nutre da ciò che consuma.

Quando non vivi più in allerta, torna il respiro

Le persone altamente sensibili che fioriscono non sono quelle che hanno eliminato le difficoltà. Sono quelle che hanno smesso di vivere in allerta.

Hanno compreso — spesso dopo anni — che non è normale dover essere sempre pronte. Sempre disponibili. Sempre comprensive.

Hanno iniziato a cercare, o a costruire, spazi in cui non fosse necessario difendersi.

Perché senza una minima sicurezza emotiva, la sensibilità si ritrae. Diventa ipervigilanza. Controllo. Stanchezza anticipata.

Quando invece non c’è bisogno di proteggersi, qualcosa si allenta. Il corpo respira. L’ascolto torna profondo, non più reattivo.

Il confine più importante è quello che rispetti dentro

A un certo punto cambia anche la domanda interiore.

Non è più: fin dove posso arrivare per gli altri? Ma: fin dove è giusto arrivare per me?

Non tutto ciò che senti ti appartiene. Non tutto ciò che comprendi va accolto. Non tutto ciò che potresti fare è necessario che tu lo faccia.

Questo non è diventare egoisti. È diventare integri.

Il confine più importante non è quello che si dichiara agli altri, ma quello che, finalmente, si rispetta dentro.

Se senti che a volte la sensibilità si intreccia con il bisogno di essere scelta, rassicurata o “tenuta”, ti può essere utile anche
Dipendenza affettiva e alta sensibilità: come non perdersi.

Il senso che nutre non chiede di consumarti

Le persone altamente sensibili hanno un forte bisogno di senso. Vivono male una vita vuota, incoerente, disallineata.

Ma quando il senso diventa dovere, quando il “sentire una missione” si trasforma in sacrificio costante, la fioritura si arresta.

C’è una verità difficile che, prima o poi, va attraversata: non tutto ciò che è importante deve passare attraverso il dolore.

Il senso che nutre non chiede di consumarti.

La lentezza come qualità, non come difetto

Col tempo, molte persone sensibili scoprono anche che la loro energia non è lineare. Non cresce con la forzatura. Non risponde bene alla costanza rigida.

Funziona per cicli.

Immersione e ritiro. Apertura e silenzio. Non come fuga, ma come integrazione.

Quando smettono di giudicare questi movimenti, la stanchezza cronica si riduce. La creatività torna. Il corpo collabora.

La lentezza non è più un difetto da correggere. Diventa una qualità da custodire.

Quando smetti di spiegarti, inizi ad abitarti

C’è poi un passaggio quasi invisibile, ma decisivo.

La persona altamente sensibile smette di spiegarsi continuamente.

Non traduce ogni emozione. Non giustifica ogni scelta. Non rende il proprio sentire accettabile a tutti i costi.

Semplicemente, lo abita.

Ed è lì che qualcosa cambia.

La sensibilità non è più reazione. Diventa presenza.

Non è più fusione. Diventa risonanza.

Non è più eccesso. Diventa saggezza incarnata.

La persona altamente sensibile che fiorisce non sente meno. Sente meglio.

E sceglie.

Una quieta necessità interiore

Forse fiorire non ha mai avuto a che fare con il diventare migliori. Forse ha sempre riguardato il diventare più veri.

Vera nei tempi. Vera nei sì che non costano dolore. Vera nei no che non chiedono più giustificazioni.

C’è un punto in cui si smette di chiedere al mondo il permesso di esistere così come si è. Non per ribellione. Non per orgoglio.

Per una quieta necessità interiore.

La sensibilità, quando trova spazio, non grida. Non invade. Non pretende.

Respira.

E in quel respiro c’è qualcosa che somiglia alla pace, ma non è immobilità. È allineamento.

Non si fiorisce quando tutto va bene. Si fiorisce quando non ci si tradisce più, nemmeno nei giorni storti.

Quando non si accorcia l’anima per stare in una stanza. Quando non si abbassa il sentire per essere accettati. Quando si sceglie, ogni volta che è possibile, di restare dalla propria parte.

Forse è questo il dono più grande della sensibilità matura: non sentire meno, ma sentire restando interi.

Camminare nel mondo senza indurirsi. Senza perdersi. Senza spiegarsi.

E lasciare che la vita, finalmente, non venga più attraversata in punta di piedi, ma abitata.

Ansia da rientro a gennaio

Ansia da rientro a gennaio: sistema nervoso in allarme

Se in questi giorni senti ansia da rientro a gennaio — anche se va tutto bene sulla carta — sappi che non sei “pigro/a” e non sei strano/a: spesso è il sistema nervoso che sta tornando in assetto dopo settimane di ritmi e stimoli diversi.

A gennaio succede una cosa strana: ti rimetti in carreggiata, la vita “riparte”, e proprio lì—quando dovresti sentirti finalmente ordinato/a—ti senti peggio.

Non è sempre un’ansia riconoscibile. A volte è un rumore di fondo: fatica senza nome, reattività che non ti assomiglia, una specie di vuoto mentre fai cose normalissime. E ti chiedi: “Ma perché mi pesa così tanto?”

La risposta che di solito ci diamo è moralistica (e ingiusta): “Sono pigro/a, non ho disciplina, mi manca volontà.”
E invece spesso è più semplice e più umano: il tuo sistema nervoso è ancora in modalità rientro. Non rientro “organizzativo”. Rientro biologico.

Il rientro non è il calendario: è la temperatura interna

Prova a pensare a come sono state davvero le settimane precedenti. Non solo cosa hai fatto, ma come le hai attraversate.

Per molti dicembre e inizio gennaio sono una somma di micro-eventi:

  • gli orari slittano (anche solo mezz’ora, ogni giorno)
  • si socializza di più, o si è più esposti a dinamiche familiari
  • si gestiscono più persone, più aspettative, più “atmosfera”
  • si mangia in modo diverso, si beve un po’ di più, ci si muove di meno
  • si scorre di più col telefono, magari la sera, per staccare
  • c’è meno luce naturale e più luce artificiale (che per il cervello non è indifferente)

Non serve “un trauma” perché il sistema nervoso si stanchi. A volte basta un periodo prolungato in cui hai dovuto essere presente, adattarti, contenere, organizzare.

Poi arriva il rientro e succede una cosa tipica: pretendi da te stesso/a una ripartenza pulita, immediata. Il corpo, invece, ragiona per transizioni: non passa da “feste” a “pieno regime” in un click.

Tre scene che raccontano l’ansia da rientro a gennaio

La mattina in cui ti svegli già teso/a. Apri gli occhi e non è che stai male… però senti già la lista in testa. Mail, cose da fare, appuntamenti. Ti alzi e ti sembra di essere in ritardo anche se sei in orario. Ti fai il caffè e intanto la mente corre.

È uno dei modi più comuni in cui si manifesta l’ansia da rientro a gennaio: ti svegli già “acceso/a”, anche se la giornata non è ancora iniziata. Questa è una forma di iperattivazione: il sistema simpatico è già alto. Non perché la giornata sia per forza difficile, ma perché il corpo ha imparato a stare “in guardia”.

Il pomeriggio in cui non riesci a iniziare. Il compito è semplice. Potresti farlo in mezz’ora. Eppure rimandi. Ti trovi a fare cose laterali: sistemare, controllare, scorrere, riprendere mille volte il telefono. E poi arriva la vergogna: “Ma cosa mi succede? Perché non parto?”

Quando prevale il blocco, l’ansia da rientro a gennaio può sembrare pigrizia: in realtà è protezione e risparmio di energia. Qui spesso non è mancanza di volontà: è shutdown, uno spegnimento protettivo. Il cervello percepisce un eccesso di richiesta e si difende riducendo energia, iniziativa, focus. È come se dicesse: “Non ho margine, quindi non mi muovo.”

La sera in cui sei esausto/a ma non riesci a dormire. Questo è il paradosso più crudele: sei stanco/a, però il sonno non arriva. O arriva e non ristora. Ti svegli alle tre, alle quattro, e la mente riparte.

Quando succede, spesso pensiamo: Devo rilassarmi.” Ma il sistema nervoso non si rilassa su comando. Ha bisogno di sentirsi in sicurezza e di scendere gradualmente di marcia.

Il dettaglio che cambia la prospettiva

Il rientro di gennaio è spesso una combinazione di due cose: ritmi biologici sballati (sonno, luce, stimoli, alimentazione) e carico emotivo invisibile (contenere, gestire, mediare, non deludere).

Quando queste due cose si sommano, il sistema nervoso può andare in iperarousal (allarme alto) oppure in shutdown (spegnimento). E spesso si alternano.

Se sei in iperarousal potresti notare irritabilità, respiro alto, tensioni muscolari, pensieri veloci e insonnia.
Se sei in shutdown potresti sentire pesantezza, apatia, nebbia mentale, procrastinazione e bisogno di isolarti.

La cosa importante: in entrambi i casi non serve giudicarti. Serve regolare.

La trappola del rientro: più controllo, più blocco

Qui, a gennaio, succede spesso una scena interiore quasi identica per tutti: ti senti fuori fase → ti spaventi → ti imponi disciplina → aumenti il controllo → il corpo reagisce con più tensione o più blocco → ti giudichi → ti sovraccarichi.

È un circuito. Un sistema nervoso stanco vive la disciplina come una minaccia: “ora devo anche dimostrare che sto bene”. Questo vale per chi è molto empatico (che assorbe) e per chi è molto “reggente” (che stringe i denti). Donne e uomini, uguale. Cambia la forma, non cambia la sostanza.

La chiave è un’altra: prima stabilità, poi produttività.

Protocollo gentile in 7 giorni (rientro “a rampa”)

Se ti riconosci, questo mini-percorso è pensato proprio per l’ansia da rientro a gennaio: non punta alla performance, ma alla regolazione.

Giorno 1 — Metti giù la frusta. Scegli una sola priorità vera e due “minimi vitali”. A gennaio non serve fare di più: serve smettere di chiederti di essere una macchina.

Giorno 2 — Quattro minuti nel presente. Espira più lungo (4–6) e poi orientati: guarda intorno, nota dettagli, senti i piedi. È manutenzione.

Giorno 3 — Un gesto corporeo misurabile. 15–20 minuti di camminata lenta oppure 10 minuti di stretching. Lo scopo è scaricare, non performare.

Giorno 4 — Igiene degli stimoli. Nell’ansia da rientro a gennaio, ridurre gli stimoli invisibili spesso vale più di aggiungere forza di volontà: notifiche off a blocchi, una sola finestra social, telefono lontano dal letto.

Giorno 5 — Micro-confini. Una frase basta: “Ti rispondo domani”, “Oggi ho bisogno di leggerezza”, “Ne parliamo più avanti”. Il corpo si calma quando sente che non deve reggere tutto.

Giorno 6 — Scendere di marcia la sera. Luci basse, niente schermo a letto e 5 righe a mano: cosa mi ha attivato, cosa mi ha aiutato, cosa tolgo domani, cosa delego, una gentilezza per me.

Giorno 7 — Revisione gentile. Non chiederti “sono produttivo/a?”. Chiediti “sono stabile?”. Individua il tuo primo segnale, la tua leva migliore e il tuo errore tipico.

Ansia da rientro a gennaio

 

Tre rientri diversi (e perché cambia tutto)

L’ansia da rientro a gennaio cambia faccia a seconda della vita che conduci: genitorialità, solitudine, lavoro relazionale… spesso il punto non è “quanto fai”, ma quanto recupero reale ti resta.

Se hai figli (o persone da gestire), il carico non è il tempo: è la disponibilità continua. Qui aiutano micro-pause protette (anche 3 minuti veri) e una semplificazione al giorno.

Se vivi da solo/a, il rischio è l’oscillazione tra silenzio e vuoto: meglio una routine piccola ma fissa (tazza + finestra + respiro), un appuntamento leggero a settimana e un gesto corporeo quotidiano.

Se lavori a contatto con il pubblico, spesso il sovraccarico è relazionale: tante micro-interazioni. Aiuta una micro-decompressione tra blocchi e, la sera, meno chat e più discesa graduale.

Quando chiedere un aiuto in più

Se l’ansia da rientro a gennaio dura settimane con insonnia intensa o panico ricorrente, non aspettare: può essere utile parlarne con un professionista, soprattutto quando il sistema nervoso è in carico cronico.

Una domanda semplice (ma onesta)

Se dovessi descrivere il tuo rientro con una parola, quale sarebbe? Nervoso/a? Spento/a? Sotto pressione? Vuoto/a? In affanno? A volte basta nominare lo stato giusto per smettere di combatterlo nel modo sbagliato.


Nota (solo scopo informativo): questo contenuto ha finalità informative/divulgative e non costituisce diagnosi, cura o terapia, né sostituisce il parere di professionisti abilitati. Se il disagio è intenso o persistente, rivolgiti a uno/a specialista.

 

Pas_persone_altamente_sensibili

PAS persone altamente sensibili

Pas: Persone Altamente Sensibili, un acronimo per spiegare un tratto della personalità che condivide all’incirca il 20% della popolazione. Anche io lo sono e voglio condividere con voi cosa significa e le sue potenzialità. Utilizzerò un Ted Talk per una breve sintesi, ascoltare l’esperienza personale di qualcuno ci può essere utile per capire e comprendere ed iniziare ad esplorare ed esplorarci.

Elena Herdieckerhoff: il potere gentile delle persone altamente sensibili a TEDxIHEParis

Elena è un mentore per imprenditori altamente sensibili ed empatici. Nel Ted Talk spiega perché dobbiamo cambiare la narrativa culturale prevalente sulle persone altamente sensibili (PAS). Qui di seguito la traduzione delle sue parole, alla fine del post la registrazione originale.

“Sono una persona altamente sensibile. Qual è la prima cosa a cui pensi quando te lo dico? Che devo essere timida ed introversa? O forse molto emotiva? O forse anche che hai bisogno di camminare sulle uova accanto a me?

L’ipotesi comune sulle persone altamente sensibili è che siamo in qualche modo creature deboli e fragili che hanno scelto un biglietto perdente nella lotteria genetica della vita. Puoi vederlo in azione quando cerchi su Google la parola “sensibile”. Vedrai immagini di mal di denti, pelle irritata, denti di leone appassiti e persone che piangono. La sensibilità ha chiaramente un problema di pubbliche relazioni. Oggi voglio aiutare a cambiarlo. Forse ormai ti starai chiedendo com’è essere molto sensibili? Ti invito a immaginare di vivere con tutti i tuoi sensi in allerta. Hai anche un vivido mondo interiore, in cui tutte le tue emozioni sono amplificate. La tristezza è un profondo dolore e la gioia è pura estasi. Ti preoccupi anche oltre la ragione e ti immedesimi senza limiti. Immagina di essere in osmosi permanente con tutto ciò che ti circonda.

Le persone molto sensibili spesso si sentono dire cose come: “Sei troppo sensibile”, “Smetti di prendere tutto a cuore”, o il mio preferito, “Dovresti davvero indurirti”. Il messaggio fondamentale è chiaro: essere altamente sensibili significa essere altamente imperfetti. Ero d’accordo con questa affermazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto presentare una sorta di segnale di avvertimento o una dichiarazione di non responsabilità: “attento: estremamente sensibile.”

Ora, lascia che condivida con te alcuni dei vantaggi di essere una persona altamente sensibile. Innanzitutto, ho una mente intensamente iperattiva, il che significa che è impossibile da spegnere. Ciò significa anche che l’insonnia è la mia migliore amica. Come puoi immaginare, è particolarmente utile la sera prima di un discorso su TED.

Inoltre non posso guardare film spaventosi o violenti perché le immagini sembrano perseguitarmi per sempre. Ricordo che da bambina ho guardato il film “Jaws”. Mi ha traumatizzato così tanto che per diversi anni non sono stata nemmeno in grado di andare vicino ad una piscina, figuriamoci al mare. E, abbastanza imbarazzante, ricordo il mio soprannome d’infanzia di “Principessa sul pisello”, quando si trattava di viaggiare e letti d’albergo. Il materasso non doveva essere troppo duro, non troppo morbido; doveva essere giusto. Mio padre una volta scherzosamente mi ha raccomandato di iniziare semplicemente a viaggiare con il mio letto e il mio cuscino per evitare eventuali problemi di viaggio futuri.

Mi chiedevo spesso: “A cosa mi potrebbe servire essere così?” Bene, i doni della sensibilità mi sono lentamente insorti dentro. Ho imparato ad amare il fatto di connettermi profondamente e facilmente con gli altri e anche di avere una forte intuizione che mi guida come un GPS infallibile. Fu solo all’età di 25 anni che mi imbattei in un libro che mi cambiò la vita: “La persona altamente sensibile” della dott.ssa Elaine Aron. Potei finalmente dare un nome alla mia esperienza di vita straordinariamente in technicolor, e mi ha dato la speranza che ce ne fossero altri come me. In questo libro descrive le persone altamente sensibili, o in breve PAS, come persone che hanno un tratto genetico della sensibilità nell’elaborazione sensoriale.

E sorprendentemente, dal 15% al ​​20% della popolazione è PAS. Inoltre usa il meraviglioso acronimo “DOES” per riassumere i tratti fondamentali dei PAS.

La “D” sta per profondità di elaborazione. Come PAS, abbiamo una capacità fenomenale di analizzare in profondità assolutamente tutto. Il mio esempio preferito per questo è quello che mi piace chiamare la “sindrome del ristorante cinese”. Fondamentalmente, possiamo impiegare fino a un’ora per leggere l’intero menu di 40 pagine, nonostante il fatto che molto probabilmente ordineremo il nostro piatto preferito comunque.

La “O” sta per sovrastimolazione. Siamo rapidamente sopraffatti dal mondo che ci circonda. Ad esempio, io sono bavarese e adoro il nostro Oktoberfest, ma in realtà devo partire dopo un’ora perché sono completamente sopraffatta dal mix di odori di pollo arrosto con zucchero filato e dalla cacofonia di canzoni e dalle folle enormi. È troppo per i miei sensi.

La “E” sta per empatia; i PAS sentono ciò che sentono gli altri. È come il vecchio detto ebraico: “Quando uno piange, l’altro ha sapore di sale”.

Infine, la “S” è sinonimo di consapevolezza delle sottigliezze. I PAS sono come un sensore finemente sintonizzato; possono prendere le vibrazioni più piccole. Sfortunatamente, ciò significa che sono anche il tipo di persone che ti sveglieranno alle 3 del mattino per dirti che sentono un rubinetto gocciolare in cucina due piani più in basso. Come puoi vedere, essere un PAS è molto più che reattività emotiva.

Vorrei rivolgermi ai due grandi elefanti nella stanza quando si tratta di stereotipi PAS. Il primo pregiudizio è che i PAS debbano semplicemente essere degli introversi sotto copertura che desideravano un nome più elaborato. Il fatto è che il 30% dei PAS sono in realtà estroversi, il che significa che non possiamo parcheggiarli nella comoda categoria “silenzioso carta da parati”, i PAS sono disponibili in molte tonalità di pastello. In secondo luogo, a causa della presunta femminilità dei tratti PAS, molti suppongono che i PAS siano soltanto donne. Può sorprendere che il 50% dei PAS siano, in realtà, uomini. Nella nostra società, gli uomini non dovrebbero essere sensibili ma aggressivi e competitivi. Purtroppo, l’idea che gli uomini possano essere sia sensibili che forti è ancora un concetto troppo alieno.

Ora, è un buon momento per dirti che non penso che i PAS siano migliori o peggiori di chiunque altro; sono semplicemente diversi. Vorrei anche sottolineare che, nonostante le voci, che non sono membri di “The Special Snowflake Society” e che anche i PAS non hanno una stretta di mano segreta per identificarsi a vicenda.

I PAS – persone altamente sensibili – sono come tutti gli altri, tranne per il fatto che vivono il mondo in un modo più vivido. E se pensi che tutti i PAS siano uguali, non è vero; non esistono due PAS uguali. Ogni PAS ha la propria impronta digitale unica e delicata accanto ad altri indicatori di identità come genere, etnia e background culturale e personale.

Vorrei anche sottolineare che essere un PAS – persone altamente sensibili – non è una malattia, e non è nemmeno una scelta. È un tratto genetico. Siamo essenzialmente nati per essere miti. Ogni volta che dici a un PAS che è “troppo sensibile”, è come dire a qualcuno con gli occhi blu che i loro occhi sono troppo blu. Non importa quanto spesso glielo dici, avrai ancora gli stessi occhi blu che ti fissano.

Come società, siamo arrivati ​​a pensare alla sensibilità come a un difetto; uno sfortunato, emotivo tallone d’Achille, che cozza con la nostra capacità di diventare sempre più ottimizzati, distaccati e robotici. Tutti sminuiamo troppo prontamente gli idealisti, i sognatori e i creatori. Però non è sempre stato così. Nei secoli precedenti, filantropi, filosofi, poeti, artisti e pittori erano tutti venerati per il loro sensibile contributo alla società. Chi saremmo senza Leonardo da Vinci o senza Mozart? Senza Anaïs Nin o Balzac? O Madre Teresa o Gandhi? Il nostro mondo sarebbe sicuramente più oscuro.

Ora, non sto suggerendo che tutti i PAS siano dei geni che hanno plasmato il mondo. Ma la maggioranza dei PAS – persone altamente sensibili – ha un vero bisogno di creare connessioni e significati. Poiché sentono ogni dolore che vedono, vogliono elevare il dimenticato e salvare il disgraziato. Quando i PAS cercano di nascondere la propria sensibilità per adattarsi, ci perdiamo tutti. Perché una società non sarebbe più povera e priva del cuore pulsante della creazione sensibile? Che scredita l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia? Credo di sì. Questo è il motivo per cui penso che dobbiamo iniziare con urgenza ad accettare e apprezzare la sensibilità per l’effetto di regolazione della temperatura che ha su un mondo spesso caldo.

Credo che siamo tutti sensibili a diversi gradi e in modi diversi. I PAS sono semplicemente all’estremità dello spettro. Ecco perché il modo in cui pensiamo e parliamo di sensibilità riguarda tutti noi. Dobbiamo riunirci come società per riscrivere la narrativa culturale negativa sulla sensibilità e trasformarla in una positiva. Dobbiamo cancellare l’idea che la sensibilità sia una debolezza per beneficiare finalmente dei suoi numerosi punti di forza. In questo modo, creeremo un ambiente in cui tutti sono sicuri di esprimere il proprio lato più morbido, non solo i PAS.

Come possiamo tornare a creare una consapevolezza e un’accettazione più positiva per la sensibilità? A livello pubblico, credo che i due cambiamenti più urgenti debbano avvenire nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Nelle scuole, dobbiamo formare meglio i nostri insegnanti per riconoscere e comprendere i bambini sensibili. E sia per i genitori che per gli insegnanti, il desiderio spesso ben intenzionato di rafforzarli, di sopravvivere nel grande mondo cattivo là fuori, deve cessare. Non dovremmo cercare di forzare le pecore ad indossare i panni dei lupi.

A livello aziendale, il sistema è impostato per favorire quelli con i gomiti in acciaio. Poiché le persone sensibili in genere sono più pacate e cooperative anziché competitive, spesso rimangono indietro nella scala aziendale. Per cambiarlo, dobbiamo creare un ambiente in cui tutti i tipi di personalità possano prosperare e non solo alcuni selezionati. Questo è il motivo per cui credo che, per le aziende, sia nel loro stesso interesse invitare persone sensibili al tavolo. Perché senza i sensibili le aziende rischiano di mancare di innovazione, integrità e, in definitiva, di umanità.

A livello personale, tutti possiamo avere un impatto semplicemente astenendoci dal giudicare la delicata differenza dei sensibili che ci circondano. La prossima volta che hai voglia di dire a qualcuno: “Sei troppo sensibile!” ti chiederei di fermarti e di metterti in pausa. Riempi quella pausa con comprensione. Vedrai che il semplice atto di accettazione solleverà entrambi.

Ai miei colleghi PAS, dico: prendete il cuore e siate spudoratamente voi stessi. Smettete di provare a irrigidirvi. Smettete di nascondervi; siete belli come siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi a dover essere considerati sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui corruzione, violenza e avidità sono la norma. Come [Jiddu] Krishnamurti ha detto: “Non è una misura della salute adattarsi bene a una società profondamente malata”.

Quando ero una bambina, adoravo inseguire le farfalle nel nostro giardino e ammiravo la loro fragile bellezza. Ho sentito un forte bisogno di proteggerle, così ho deciso di intrappolarle in vasetti di vetro pieni di erba e fiori, per tenerle al sicuro con me nella mia stanza. Ho capito rapidamente: alle farfalle non piace la cattività. Questo mi ha fatto capire: non avevano bisogno di essere salvate, il loro colorato contributo all’ecosistema naturale era esattamente come dovrebbe essere. Allo stesso modo, i PAS non dovrebbero nascondersi dal dolore di questo mondo in un’ incubatrice protettiva. È il loro ruolo intensificare e condividere i loro doni sensibili con tutti noi.

Credo che, come esseri umani, siamo tutti uniti dalla nostra esperienza di sensibilità ed empatia. Inoltre non credo che tu debba essere un PAS per preoccuparti e fare la differenza. Oggi affrontiamo gravi problemi politici, culturali e ambientali. Ora, più che mai, abbiamo bisogno del contributo di menti e cuori sensibili per aprire la strada ai tempi difficili. Più tutti ci permettiamo di connetterci ai nostri doni sensibili innati, più possiamo guarire noi stessi e il pianeta su cui viviamo. Ispirata da John Lennon che forse ha scritto il più grande inno di sensibilità di tutti i tempi con “Imagine”, lasciami chiudere dicendo: “Per favore, non dirmi che sono un sognatore, perché so di non essere l’unico sensibile. Abbi fede che ti unirai a me per rendere questo mondo più dolce. Grazie.”

Anche io, come il 15-20% della popolazione, sono una PAS. Felicemente, dopo averlo capito, accettato, ed imparato a gestirlo. Perché è un “potere innato” con cui è necessario imparare a convivere e saperlo usare per noi, per gli altri, e mai contro di noi.

Cari PAS, persone altamente sensibili come me, se ci siete battete un colpo e lasciate nei commenti un vostro pensiero.

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