Categoria: Training Autogeno

Ansia da rientro a gennaio

Ansia da rientro a gennaio: sistema nervoso in allarme

Se in questi giorni senti ansia da rientro a gennaio — anche se va tutto bene sulla carta — sappi che non sei “pigro/a” e non sei strano/a: spesso è il sistema nervoso che sta tornando in assetto dopo settimane di ritmi e stimoli diversi.

A gennaio succede una cosa strana: ti rimetti in carreggiata, la vita “riparte”, e proprio lì—quando dovresti sentirti finalmente ordinato/a—ti senti peggio.

Non è sempre un’ansia riconoscibile. A volte è un rumore di fondo: fatica senza nome, reattività che non ti assomiglia, una specie di vuoto mentre fai cose normalissime. E ti chiedi: “Ma perché mi pesa così tanto?”

La risposta che di solito ci diamo è moralistica (e ingiusta): “Sono pigro/a, non ho disciplina, mi manca volontà.”
E invece spesso è più semplice e più umano: il tuo sistema nervoso è ancora in modalità rientro. Non rientro “organizzativo”. Rientro biologico.

Il rientro non è il calendario: è la temperatura interna

Prova a pensare a come sono state davvero le settimane precedenti. Non solo cosa hai fatto, ma come le hai attraversate.

Per molti dicembre e inizio gennaio sono una somma di micro-eventi:

  • gli orari slittano (anche solo mezz’ora, ogni giorno)
  • si socializza di più, o si è più esposti a dinamiche familiari
  • si gestiscono più persone, più aspettative, più “atmosfera”
  • si mangia in modo diverso, si beve un po’ di più, ci si muove di meno
  • si scorre di più col telefono, magari la sera, per staccare
  • c’è meno luce naturale e più luce artificiale (che per il cervello non è indifferente)

Non serve “un trauma” perché il sistema nervoso si stanchi. A volte basta un periodo prolungato in cui hai dovuto essere presente, adattarti, contenere, organizzare.

Poi arriva il rientro e succede una cosa tipica: pretendi da te stesso/a una ripartenza pulita, immediata. Il corpo, invece, ragiona per transizioni: non passa da “feste” a “pieno regime” in un click.

Tre scene che raccontano l’ansia da rientro a gennaio

La mattina in cui ti svegli già teso/a. Apri gli occhi e non è che stai male… però senti già la lista in testa. Mail, cose da fare, appuntamenti. Ti alzi e ti sembra di essere in ritardo anche se sei in orario. Ti fai il caffè e intanto la mente corre.

È uno dei modi più comuni in cui si manifesta l’ansia da rientro a gennaio: ti svegli già “acceso/a”, anche se la giornata non è ancora iniziata. Questa è una forma di iperattivazione: il sistema simpatico è già alto. Non perché la giornata sia per forza difficile, ma perché il corpo ha imparato a stare “in guardia”.

Il pomeriggio in cui non riesci a iniziare. Il compito è semplice. Potresti farlo in mezz’ora. Eppure rimandi. Ti trovi a fare cose laterali: sistemare, controllare, scorrere, riprendere mille volte il telefono. E poi arriva la vergogna: “Ma cosa mi succede? Perché non parto?”

Quando prevale il blocco, l’ansia da rientro a gennaio può sembrare pigrizia: in realtà è protezione e risparmio di energia. Qui spesso non è mancanza di volontà: è shutdown, uno spegnimento protettivo. Il cervello percepisce un eccesso di richiesta e si difende riducendo energia, iniziativa, focus. È come se dicesse: “Non ho margine, quindi non mi muovo.”

La sera in cui sei esausto/a ma non riesci a dormire. Questo è il paradosso più crudele: sei stanco/a, però il sonno non arriva. O arriva e non ristora. Ti svegli alle tre, alle quattro, e la mente riparte.

Quando succede, spesso pensiamo: Devo rilassarmi.” Ma il sistema nervoso non si rilassa su comando. Ha bisogno di sentirsi in sicurezza e di scendere gradualmente di marcia.

Il dettaglio che cambia la prospettiva

Il rientro di gennaio è spesso una combinazione di due cose: ritmi biologici sballati (sonno, luce, stimoli, alimentazione) e carico emotivo invisibile (contenere, gestire, mediare, non deludere).

Quando queste due cose si sommano, il sistema nervoso può andare in iperarousal (allarme alto) oppure in shutdown (spegnimento). E spesso si alternano.

Se sei in iperarousal potresti notare irritabilità, respiro alto, tensioni muscolari, pensieri veloci e insonnia.
Se sei in shutdown potresti sentire pesantezza, apatia, nebbia mentale, procrastinazione e bisogno di isolarti.

La cosa importante: in entrambi i casi non serve giudicarti. Serve regolare.

La trappola del rientro: più controllo, più blocco

Qui, a gennaio, succede spesso una scena interiore quasi identica per tutti: ti senti fuori fase → ti spaventi → ti imponi disciplina → aumenti il controllo → il corpo reagisce con più tensione o più blocco → ti giudichi → ti sovraccarichi.

È un circuito. Un sistema nervoso stanco vive la disciplina come una minaccia: “ora devo anche dimostrare che sto bene”. Questo vale per chi è molto empatico (che assorbe) e per chi è molto “reggente” (che stringe i denti). Donne e uomini, uguale. Cambia la forma, non cambia la sostanza.

La chiave è un’altra: prima stabilità, poi produttività.

Protocollo gentile in 7 giorni (rientro “a rampa”)

Se ti riconosci, questo mini-percorso è pensato proprio per l’ansia da rientro a gennaio: non punta alla performance, ma alla regolazione.

Giorno 1 — Metti giù la frusta. Scegli una sola priorità vera e due “minimi vitali”. A gennaio non serve fare di più: serve smettere di chiederti di essere una macchina.

Giorno 2 — Quattro minuti nel presente. Espira più lungo (4–6) e poi orientati: guarda intorno, nota dettagli, senti i piedi. È manutenzione.

Giorno 3 — Un gesto corporeo misurabile. 15–20 minuti di camminata lenta oppure 10 minuti di stretching. Lo scopo è scaricare, non performare.

Giorno 4 — Igiene degli stimoli. Nell’ansia da rientro a gennaio, ridurre gli stimoli invisibili spesso vale più di aggiungere forza di volontà: notifiche off a blocchi, una sola finestra social, telefono lontano dal letto.

Giorno 5 — Micro-confini. Una frase basta: “Ti rispondo domani”, “Oggi ho bisogno di leggerezza”, “Ne parliamo più avanti”. Il corpo si calma quando sente che non deve reggere tutto.

Giorno 6 — Scendere di marcia la sera. Luci basse, niente schermo a letto e 5 righe a mano: cosa mi ha attivato, cosa mi ha aiutato, cosa tolgo domani, cosa delego, una gentilezza per me.

Giorno 7 — Revisione gentile. Non chiederti “sono produttivo/a?”. Chiediti “sono stabile?”. Individua il tuo primo segnale, la tua leva migliore e il tuo errore tipico.

Ansia da rientro a gennaio

 

Tre rientri diversi (e perché cambia tutto)

L’ansia da rientro a gennaio cambia faccia a seconda della vita che conduci: genitorialità, solitudine, lavoro relazionale… spesso il punto non è “quanto fai”, ma quanto recupero reale ti resta.

Se hai figli (o persone da gestire), il carico non è il tempo: è la disponibilità continua. Qui aiutano micro-pause protette (anche 3 minuti veri) e una semplificazione al giorno.

Se vivi da solo/a, il rischio è l’oscillazione tra silenzio e vuoto: meglio una routine piccola ma fissa (tazza + finestra + respiro), un appuntamento leggero a settimana e un gesto corporeo quotidiano.

Se lavori a contatto con il pubblico, spesso il sovraccarico è relazionale: tante micro-interazioni. Aiuta una micro-decompressione tra blocchi e, la sera, meno chat e più discesa graduale.

Quando chiedere un aiuto in più

Se l’ansia da rientro a gennaio dura settimane con insonnia intensa o panico ricorrente, non aspettare: può essere utile parlarne con un professionista, soprattutto quando il sistema nervoso è in carico cronico.

Una domanda semplice (ma onesta)

Se dovessi descrivere il tuo rientro con una parola, quale sarebbe? Nervoso/a? Spento/a? Sotto pressione? Vuoto/a? In affanno? A volte basta nominare lo stato giusto per smettere di combatterlo nel modo sbagliato.


Nota (solo scopo informativo): questo contenuto ha finalità informative/divulgative e non costituisce diagnosi, cura o terapia, né sostituisce il parere di professionisti abilitati. Se il disagio è intenso o persistente, rivolgiti a uno/a specialista.

 

Training Autogeno e rilassamento

rilassamento Il Training autogeno è una tecnica di rilassamento ideata nella prima metà del secolo da J.H. Schultz, neurologo e dermatologo,  che prende l’avvio dai suoi studi in medicina psicosomatica e ipnosi. In quest’ambito notò come i suoi assistiti sperimentassero sensazioni di pesantezza e calore dopo le sedute, unitamente a sensazioni di rilassamento. L’ipnosi si basa infatti sulla “commutazione fondamentale” che viene prodotta sia a livello psichico che somatico e Schultz perfezionò una metodologia capace di ottenere il medesimo effetto in modo autoindotto senza l’ausilio del terapeuta al fine di “trasmettere al partecipante migliore contatto col proprio sistema nervoso vegetativo, quindi con il controllo delle energie, dalla fase di strutturazione alla fase di utilizzo delle stesse e viceversa, e di renderlo in ciò più concentrato, disteso, e anche più creativo e produttivo.” (Wallnofer, 2008)

Io penso che, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, sia possibile rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale. “Schultz I.H.”

Training autogeno significa “allenamento” che si genera (greco=genos) “da sé” (greco=autos) e consta nell’ allenarsi, almeno tre volte al giorno, nell’esecuzione di sei esercizi di base che si consiglia siano insegnati da un conduttore che abbia adeguata formazione e che abbia sperimentato il TA su di sè. Nell’arco di una decina di incontri, in gruppo o individuali, è possibile diventare indipendenti  continuando a praticare l’allenamento in completa autonomia.  L’allenamento richiede un setting adeguato allo scopo e che il soggetto entri in contatto mentale con le zone del corpo indicate dalla formula relativa ad ogni esercizio, un’attitudine mentale che focalizzi l’attenzione più sul processo che sul risultato e la ripetizione mentale delle formule autogene secondo le indicazioni del conduttore del training.

Gli esercizi si dividono in due fondamentali:

  • il primo tende a produrre uno stato di rilassamento muscolare, dei muscoli striati e lisci;
  • il secondo porta ad una vasodilatazione periferica con conseguente aumento del flusso sanguigno e percezione del calore corporeo.

E  quattro complementari:

  • esercizio del cuore
  • esercizio del respiro
  • esercizio del plesso solare
  • esercizio della fronte fresca

Per sperimentare l’autogenia è necessaria l’inibizione dell’attenzione esterna e la sua commutazione verso l’attenzione interna, l’accettazione passiva di tutte le percezioni presenti e il mantenere per alcuni minuti lo stato di esclusiva percezione del funzionamento dell’organismo in condizioni di minima interferenza della volontà. (De Rivera Y Revuelta). Lo stato mentale della concentrazione passiva ricorda il paradosso Taoista del wei wu wei, inteso come azione senza azione, per arrivare a concentrarsi e nel contempo lasciar accadere, lasciando fluire e scorrere i pensieri con un atteggiamento mentale di noncuranza.wei-wu-wei Ci si addestra al non-fare, mantenendo un atteggiamento di osservazione ricettiva senza né rifiutare né partecipare a ciò che si osservaPossiamo inoltre pensare al training autogeno come alla via occidentale della meditazione, in quanto è provato come la concentrazione passiva induca uno stato alterato di coscienza (ASCI); già da sola l’esperienza ASCI  può favorire stabilità emotiva e la soluzione di conflitti interni, donando rilassamento e una visione ampliata della realtà personale.

“Il significato pratico di uno smorzamento della risonanza emotiva è evidentemente di grande importanza nella vita quotidiana.[…] Esso può inoltre essere anche utilizzato come tecnica profilattica allo scopo di consentire la possibilità di difendersi da situazioni particolarmente impegnative che si debbano affrontare.”
(J.H. Schultz, 1966)

“Si otterrà così un tono affettivo di base connotato da benessere e pace (sembra essere l’opposto dell’ansia), una consapevole percezione degli organi interni ed una maggior chiarificazione interiore, infatti la pratica costante “consente una specie di interiorizzazione con un rientrare in se stessi, per cogliervi nello stato di passività […], il nostro mondo interiore.” (J.H. Schultz, 1966)

L’allenamento può essere svolto in tre differenti posizioni: da seduti, supini o nella posizione del cocchiere, altrimenti detta dello sgabello.

Gli effetti che si acquisiscono nel tempo sono i seguenti:

  • Un più profondo e rapido recupero di energie
  • L’autoinduzione della calma e conseguente rilassamento
  • L’autoregolazione delle funzioni corporee altrimenti involontarie (es. circolazione sanguigna)
  • Il miglioramento nelle prestazioni
  • La diminuzione della percezione del dolore (non si tratta però di repressione)
  • L’autodeterminazione attraverso formule di proponimenti in base alle necessità del singolo
  • Introspezione e autocontrollo, grazie alla visualizzazione interiore durante lo stato psichico concentrativo.

“Il Training Autogeno può dunque contribuire all’autosviluppo e all’autoconoscenza, senza alcuna suggestione esterna e senza un piano esterno secondo il quale l’uomo abbia da svilupparsi. Colui che diventa più calmo, e non certo più indifferente, o più povero di reazioni, può agire più liberamente; e colui che può acquisire questa calma, con l’aiuto di uno specialista (ma autogenicamente!) sarà più sicuro di sé e comunicherà meglio col suo ambiente. Una tale sicurezza interiore – auto conquistata – non solo rende liberi da disturbi, e attutisce reazioni esagerate sia nell’area psichica che fisica, ma rende libera la via verso il “vero” uomo in noi”.
(Wallnofer, 2008)

Bibliografia di riferimento
Brancaleone F., TBA: Terapia Bionomico Autogena. Fondamenti, principi, tecniche e applicazioni. Franco Angeli, 2010.

De Rivera y Revuelta J. L. G., Psicoterapia autogena – 1 parte Training Autogeno di Base, Edizioni libreria Cortina, Torino 2009

Schultz I.H., Il Training autogeno – metodo di distensione da concentrazione psichica, Collana Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Schultz I.H., Quaderno di esercizi per il training autogeno, a cura di D. Langen, Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Wallnofer H., Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena, Armando Editore, 2008

training autogeno

Training autogeno e ricerca

Il Training autogeno di J.H. Schultz è una tecnica di rilassamento conosciuta tra la gente comune per essere particolarmente utile in caso di ansia e disturbi psicosomatici, mentre può essere utilizzata in svariati ambiti, anche non patologici:

  • Nello sport per migliorare sia concentrazione che performance
  • In azienda, per prevenire burn-out e stress ottimizzando la produttività
  • Da qualsiasi individuo sano a scopo preventivo e/o  crescita personale.

Training autogeno significa “allenamento” che si genera (greco=genos) “da sé” (greco=autos)

Il training consta nell’ allenarsi, inizialmente tre volte al giorno, nell’esecuzione dei sei esercizi di base (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) con la guida di un conduttore che abbia adeguata formazione: esistono molti manuali “fai da te” in commercio, ma essere accompagnati nell’apprendimento della tecnica evita di incorrere in inevitabili errori, che renderebbero vano lo sforzo.

Successivamente, una volta appreso il metodo, nell’arco di circa 10/12 incontri, è possibile continuare da soli e diventare completamente autonomi assaporando i benefici effetti della distensione nella vita quotidiana. Ma quali sono?

  1. Un più profondo e rapido recupero di energie
  2. L’autoinduzione della calma
  3. Il miglioramento nelle prestazioni
  4. L’autodeterminazione attraverso formule di proponimenti in base alle necessità del singolo
  5. Introspezione e autocontrollo, grazie alla visualizzazione interiore durante lo stato di concentrazione passiva.

Una ricerca recentemente pubblicata nel Journal of Clinical and Experimental Hypnosis indaga per la prima volta gli effetti del training autogeno nel cervello tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI): 19 soggetti allenati ed un gruppo di controllo sono stati valutati durante una sessione di training ed è emersocome nei primi sia maggiore l’attivazione della zona dell’insula e della corteccia prefrontale, il che ci suggerisce e comprova come i soggetti esperti siano differenti nel processamento delle emozioni e nel grado di auto-consapevolezza.

Da leggere:

– Il Training autogeno, J.H. Shultz, Esercizi inferiori, Feltrinelli. – J. L. G. De Rivera y Revuelta, Psicoterapia autogena – 1 parte Training Autogeno di Base, Edizioni Libreria Cortina, Torino

Fonti

1.

Schlamann M1, Naglatzki R, de Greiff A, Forsting M, Gizewski ER. Autogenic training alters cerebral activation patterns in fMRI. Int J Clin Exp Hypn. 2010 Oct;58(4):444-56. PMID: 20799123. [PubMed] [Read by QxMD]

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