Categoria: Curiosita’

L’ora del lupo: quando la notte mette la mente davanti a sé stessa

C’è un’ora della notte in cui il silenzio non consola.

Non è il silenzio che riposa, ma quello che osserva.

Tra le tre e le cinque del mattino, quando il mondo dorme e le case sembrano trattenere il respiro, la mente resta sola con ciò che di giorno riesce a rimandare, a contenere, a coprire con il rumore della vita.

È chiamata l’ora del lupo.

Si tratta di un tempo sospeso, fragile, in cui i pensieri diventano più netti, più affilati, più spaventosi.
Non perché dicano finalmente la verità, ma perché sono privi di protezioni.

In questo spazio notturno non c’è pubblico, non c’è ruolo, non c’è difesa: la coscienza si trova faccia a faccia con sé stessa.

L’espressione proviene dal folklore nordico ed è stata resa celebre dal film L’ora del lupo di Ingmar Bergman, che descrive questo momento come l’ora in cui gli incubi vengono a visitarci.

È, infatti, una metafora potente per indicare una soglia: tra sonno e veglia, tra controllo e resa, tra ciò che sappiamo di noi e ciò che preferiamo non vedere.

Ma l’ora del lupo non è solo suggestione poetica.
Coinvolge il corpo.
Attraversa la mente.
E mette in crisi un equilibrio che, per qualche ora, si spezza.


La notte del corpo, la notte della mente

Nel cuore della notte il corpo attraversa una terra di mezzo.
Non è più immerso nel sonno profondo, ma non è ancora pronto al giorno.

La melatonina, che accompagna il riposo e protegge la regolazione emotiva, inizia lentamente a ritirarsi.
Allo stesso tempo, il cortisolo, che prepara l’organismo alla veglia, comincia a risalire in silenzio.

Le funzioni mentali che sanno relativizzare, attendere e dare prospettiva restano sullo sfondo.

È come se la mente fosse sveglia senza gli strumenti della luce.

In particolare, in questa condizione:

  • le emozioni diventano più crude
  • i pensieri perdono sfumature
  • il passato pesa di più
  • il futuro appare minaccioso

Per questo, ciò che di giorno è complesso, di notte diventa definitivo.
Ciò che alla luce è una possibilità, al buio assume la forma di un errore irreparabile.

Quando il sistema nervoso resta in uno stato di allerta prolungata, anche il sonno può diventare fragile, favorendo risvegli improvvisi e pensieri intrusivi, come accade in molte forme di
ansia notturna e iperattivazione del sistema nervoso.


L’angoscia che arriva senza bussare

Molte persone conoscono l’ora del lupo senza saperle dare un nome.
Si svegliano all’improvviso, il corpo immobile, il cuore lievemente accelerato, la mente già in corsa.

Non sempre è paura.
Spesso, invece, è qualcosa di più sottile: un’urgenza emotiva, la sensazione che qualcosa vada risolto subito, ora, senza rimandare.

In quell’ora:

  • il pensiero gira in cerchio
  • il dialogo interiore si fa severo
  • le emozioni diventano totalizzanti

Di conseguenza, la mente, privata delle distrazioni diurne, tende a tornare sugli stessi nodi, alimentando una ruminazione mentale che si auto-rinforza nel silenzio della notte.


Le stesse persone, le stesse ferite

L’ora del lupo non porta pensieri nuovi.
Riporta quelli antichi.

Le stesse relazioni irrisolte.
Le stesse parole non dette.
Le stesse scelte rimandate.
Gli stessi confini superati per amore, per dovere, per paura di perdere.

Per le persone particolarmente sensibili ed empatiche, la notte può amplificare la risonanza emotiva, rendendo più difficile separare ciò che è proprio da ciò che appartiene agli altri.

Tuttavia, quando l’ipersensibilità emotiva non è contenuta, il silenzio notturno può trasformarsi in un luogo di eccessiva esposizione interiore, come accade a chi vive una forte
empatia non regolata.

L’ora del lupo non inventa drammi.
Rende udibile ciò che è stato messo a tacere.


La regola che salva

Nell’ora del lupo non si decide.

Le decisioni importanti vanno rimandate.
Le scelte irreversibili possono attendere.
I messaggi che chiudono non appartengono alla notte.
Le conclusioni definitive sulla propria vita, ancora meno.

Illustrazione dell’ora del lupo: una finestra aperta sulla notte che diventa alba, simbolo dei pensieri notturni e della vulnerabilità emotiva.

L’urgenza che si prova di notte non è lucidità.
È esposizione.

Ed è una fortuna che, mentre la mente è più vulnerabile, il mondo dorma.
Il silenzio esterno diventa un argine: impedisce che un momento fragile diventi irreversibile.


I pensieri dell’ora del lupo

I pensieri dell’ora del lupo
non sono più veri.
Sono solo più nudi.

Privati di contesto, di futuro e di alternative, sembrano assoluti.
Ma sono pensieri che vanno attraversati, non seguiti.


Attraversare la notte

L’ora del lupo non va combattuta.
Va attraversata con rispetto.

  • torna al respiro
  • senti il corpo nel letto
  • scrivi una sola frase (non una storia)
  • rimanda ogni decisione al mattino

Con la luce, le stesse domande spesso cambiano voce.
Non perché scompaiano, ma perché tornano abitabili.


Ciò che resta

L’ora del lupo non è una condanna.
È una soglia.

La notte non chiede risposte.

Chiede solo che tu non ti faccia male mentre pensi.


Nota importante:
Questo articolo ha finalità divulgative e informative.
Non sostituisce una valutazione professionale, una diagnosi o un percorso terapeutico personalizzato.
Se i risvegli notturni, l’angoscia o i pensieri intrusivi sono frequenti o invalidanti, è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale.

 

Covid-19 asta

20 marzo 2020 (covid-19)

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Mariangela Gualtieri

N.B. L’immagine è dell’artista Alessio-B che ha partecipato all’asta benefica in favore della terapia intensiva di Padova

Settembre

Settembre

Guarda settembre: nulla si è perduto
fidandoci delle foglie.
La gioventù venne e se ne andò, gli alberi non si son mossi.
La morte del fratello ti bruciò in lacrime
però il sole c’è ancora.
La casa è stata demolita, non il suo ricordo.
Guarda settembre con la sua pala in spalla
come trascina foglie secche.
La vita vale più della vita, solo questo conta.

Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008)

Giornata mondiale della poesia

Le oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi trascinarti ginocchioni,
pentito, per cento miglia attraverso il deserto.
Devi soltanto permettere a quel mite animale, al tuo corpo, di amare ciò che ama.
Parlami della tua disperazione, io ti racconterò la mia.
Intanto, il mondo va avanti.
Intanto, il sole e i chiari cristalli di pioggia
attraversano i paesaggi,
passano sopra le praterie e gli alberi dalle profonde radici,
sopra le montagne e i fiumi.
Intanto, le oche selvatiche, alte nel limpido cielo azzurro,
son di nuovo sulla rotta verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti manda il suo richiamo come le oche selvatiche, aspro ed eccitante:
annuncia incessantemente la tua appartenenza
alla famiglia delle cose.

Le oche selvatiche – Mary Oliver

A parte l’inizio della primavera (che quest’anno è in realtà iniziata il 20, precisamente alle 17.57 italiane), il 21 marzo è anche la giornata mondiale della poesia.

E a te, che poesia sovviene alla mente?

Ognuno di noi ne ha più d’una, in base ai momenti della vita…

Se ti va, condividila qui sotto nei commenti, sarei felice di leggerla :)

empatia e simpatia

Empatia VS Simpatia

Teresa Wiseman ha individuato le quattro qualità dell’empatia: assunzione di prospettiva, la capacità di mettersi nei panni di un’altra persona, nessun giudizio e… Comunicarlo! Ma quante volte riusciamo a farlo? Quante volte invece cadiamo nell’indulgenza, in frasi apparentemente consolatorie che in realtà comunicano distanza oppure una valutazione, mascherata da consiglio? Empatia invece è entrare in connessione con l’Altro e spesso non sono nemmeno necessarie le parole. Basta un abbraccio.

http://www.youtube.com/watch?v=l_-L3vvLl0k

Freud e la caducità

freudNon molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare.
Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.
Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.

No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla.
Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttiva.
Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto.
Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.
Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di avere individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.

Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato e ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare mai ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità d’amare – che chiamiamo libido – la quale agli inizi dello sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per coì dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della
libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli. Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma questi altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere?

A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto,  forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.

Sigmund Freud, “Caducità”, 1915, volume 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989, pp 173-176.

 

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