Categoria: Sensibilizzazione

Comunicazione Non Violenta: relazioni, lavoro e società

La forza della comunicazione non violenta: dal cuore delle relazioni al futuro della società

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione sembra essere ovunque, eppure sempre più spesso manca il suo ingrediente essenziale: l’ascolto autentico. I social network, le tensioni politiche, i rapporti personali segnati da incomprensioni e giudizi rapidi, ci mostrano ogni giorno quanto le parole possano ferire o costruire muri.

Ecco perché la Comunicazione Non Violenta (CNV), sviluppata dallo psicologo Marshall Rosenberg, rappresenta oggi non solo una tecnica, ma una vera e propria filosofia di vita.

L’ideatore ha raccolto i principi della CNV  nel suo libro più conosciuto: “Le parole sono finestre (oppure muri)”. Un testo semplice ma trasformativo, che accompagna passo dopo passo nella scoperta di un linguaggio capace di creare connessione anziché distanza.

CNV

Che cos’è la Comunicazione Non Violenta

La CNV non è un parlare “morbido” o evitare i conflitti a tutti i costi. È piuttosto un metodo che invita a connettersi con i propri bisogni e con quelli dell’altro, per trasformare il dialogo in uno spazio di comprensione reciproca.

Si fonda su quattro pilastri:

1. Osservare senza giudicare: distinguere i fatti dalle interpretazioni.

2. Esprimere i propri sentimenti: nominare le emozioni senza accusare.

3. Riconoscere i bisogni universali: andare oltre le posizioni per capire cosa ci muove davvero.

4. Formulare richieste chiare: chiedere senza pretendere, aprendo la porta alla collaborazione.

Comunicazione non violenta: assiomi

Nelle relazioni personali: dal conflitto all’intimità

Nella vita di coppia, con i figli o con gli amici, la comunicazione non violenta permette di uscire dal circolo vizioso delle recriminazioni.

Quante volte litighiamo non tanto per il contenuto, ma per il modo in cui ci parliamo?

Dire Non mi ascolti mai” genera difesa. Dire invece “Quando ti guardo mentre parli al telefono mentre io ti racconto la mia giornata, mi sento invisibile e ho bisogno di attenzione. Potresti spegnere il telefono per qualche minuto? apre la possibilità a un incontro.

La CNV non elimina le divergenze, ma crea un ponte che le rende affrontabili.

Nel lavoro: dalla competizione alla collaborazione

In azienda, la CNV diventa uno strumento potente di leadership. Aiuta a trasformare feedback in crescita, a gestire i conflitti tra colleghi e a costruire team più coesi.

Un manager che sa esprimere i propri bisogni senza giudicare è in grado di ottenere fiducia, non paura. Un collega che chiede supporto con chiarezza invece di lamentarsi, crea spirito di cooperazione.

La comunicazione non violenta è, in fondo, una forma di intelligenza emotiva applicata al mondo professionale.

CNV e gestione dei conflitti

Uno degli aspetti più potenti della CNV è la sua capacità di trasformare i conflitti in occasioni di crescita.

Quando due persone entrano in contrasto, spesso la reazione automatica è difendersi o contrattaccare. Con la CNV, invece, si impara a distinguere tra il bisogno autentico dell’altro e il giudizio che lo accompagna. Il conflitto smette così di essere un muro e diventa un ponte: non più una lotta per prevalere, ma un terreno comune in cui entrambi possono riconoscersi.

CNV e intelligenza emotiva

Praticare la CNV significa allenare l’intelligenza emotiva: ascoltare non solo le parole, ma i sentimenti che le abitano.

Questo permette di sviluppare una consapevolezza profonda, utile non solo nelle relazioni intime ma anche nei team di lavoro. Dire “quando accade questo mi sento…” invece di “tu sei sempre…” apre spazi di dialogo che favoriscono fiducia, collaborazione e creatività condivisa.

Nella società polarizzata di oggi: un atto politico

Nella società attuale, segnata da divisioni e da un linguaggio aggressivo, la CNV rappresenta una rivoluzione silenziosa. Ogni volta che scegliamo di parlare in modo empatico, portiamo un seme di cambiamento culturale.

Non si tratta solo di migliorare le relazioni individuali: significa contribuire a un mondo in cui le differenze non sono minacce, ma occasioni di incontro.

Viviamo in un tempo in cui le opinioni diventano etichette e le differenze sembrano invalicabili. La polarizzazione sociale ed emotiva, alimentata dall’anonimato dei social e da un clima pubblico esasperato, spesso ci porta a reagire con aggressività.

La CNV propone un’altra via: sostituire l’attacco con la curiosità, la semplificazione con la complessità, l’odio con il riconoscimento che dietro ogni posizione c’è un bisogno umano.

Non significa rinunciare alle proprie idee, ma scegliere di difenderle senza negare l’umanità dell’altro. In un mondo che urla, parlare con gentilezza e chiarezza diventa un atto rivoluzionario.

Una competenza per il futuro

Se vogliamo costruire relazioni più sane, ambienti di lavoro più umani e una società meno divisa, la comunicazione non violenta è una competenza imprescindibile.

Non si tratta di “parlare bene”, ma di allenarsi a vedere l’altro come un essere umano con bisogni, fragilità e risorse, proprio come noi.

Ogni parola che scegli di dire può essere un ponte o un muro.

Oggi puoi scegliere di costruire ponti: con te stesso, con chi ami, con il mondo.

Prova a fare un piccolo passo di Comunicazione Non Violenta nella tua giornata: ascolta senza giudicare, esprimi un bisogno, chiedi con chiarezza.

È così che inizia il cambiamento. 🌱

 

Il potere dell’empatia: forza o fragilità nel mondo di oggi?

Il potere dell’empatia si rivela oggi più che mai: in un tempo in cui l’odio corre veloce, gli insulti diventano virali e il clima rabbioso sembra avere la meglio. Sui social, gli haters si sentono legittimati a dare voce agli istinti peggiori, protetti dall’anonimato dello schermo o dalla massa che applaude.

In questo scenario, il potere dell’empatia sembra fuori moda. Eppure è proprio qui che diventa un atto rivoluzionario.

Empatia: la risposta controcorrente

Il potere dell’empatia non consiste nel giustificare tutto o accettare in silenzio. Significa piuttosto ricordare che dietro ogni commento violento c’è una persona fragile, spaventata o incapace di gestire le proprie emozioni.

Scegliere di non rispondere con la stessa rabbia significa rompere la catena dell’odio e affermare un modo diverso di vivere.

Forza o fragilità?

Chi è empatico viene spesso etichettato come “troppo sensibile”. Ma in un’epoca di giudizi rapidi e attacchi gratuiti, chi riesce a sentire ancora con il cuore non è fragile: è resiliente. Ha la capacità di distinguere la verità dal rumore e di restare umano quando intorno domina la disumanizzazione.

Perché il potere dell’empatia spaventa

Il potere dell’empatia fa paura a chi vive di controllo e aggressività. Perché non si lascia piegare dal cinismo, non si fa trascinare nel vortice dell’odio. Essere empatici significa vedere davvero l’altro, e questo smaschera molte maschere: la rabbia usata come scudo, l’arroganza che nasconde fragilità, l’indifferenza dietro cui si cela paura.

L’empatia non è solo una qualità individuale, ma un atto che cambia i rapporti sociali: disarma la violenza verbale, spezza le logiche del branco, riporta l’essere umano al centro. È proprio questo il suo potere: rendere impossibile l’alienazione totale, ricordarci che siamo legati gli uni agli altri, anche quando cerchiamo di negarci a vicenda.

L’empatia come atto politico interiore

Non serve urlare più forte degli haters. Il vero potere dell’empatia sta nel silenzio che costruisce, nel rispetto che connette, nella profondità che scava. È un atto politico interiore: scegliere l’ascolto invece della rabbia, la vicinanza invece dell’indifferenza, la cura invece del branco.

Conclusione

Oggi, in un mondo che sembra premiare chi odia, l’empatia è la vera ribellione.

Non è fragilità: è la forza che resiste al contagio dell’odio.

E chi la custodisce dentro porta un seme diverso: quello di un futuro più umano.

Potere dell’empatia

Pas_persone_altamente_sensibili

PAS persone altamente sensibili

Pas: Persone Altamente Sensibili, un acronimo per spiegare un tratto della personalità che condivide all’incirca il 20% della popolazione. Anche io lo sono e voglio condividere con voi cosa significa e le sue potenzialità. Utilizzerò un Ted Talk per una breve sintesi, ascoltare l’esperienza personale di qualcuno ci può essere utile per capire e comprendere ed iniziare ad esplorare ed esplorarci.

Elena Herdieckerhoff: il potere gentile delle persone altamente sensibili a TEDxIHEParis

Elena è un mentore per imprenditori altamente sensibili ed empatici. Nel Ted Talk spiega perché dobbiamo cambiare la narrativa culturale prevalente sulle persone altamente sensibili (PAS). Qui di seguito la traduzione delle sue parole, alla fine del post la registrazione originale.

“Sono una persona altamente sensibile. Qual è la prima cosa a cui pensi quando te lo dico? Che devo essere timida ed introversa? O forse molto emotiva? O forse anche che hai bisogno di camminare sulle uova accanto a me?

L’ipotesi comune sulle persone altamente sensibili è che siamo in qualche modo creature deboli e fragili che hanno scelto un biglietto perdente nella lotteria genetica della vita. Puoi vederlo in azione quando cerchi su Google la parola “sensibile”. Vedrai immagini di mal di denti, pelle irritata, denti di leone appassiti e persone che piangono. La sensibilità ha chiaramente un problema di pubbliche relazioni. Oggi voglio aiutare a cambiarlo. Forse ormai ti starai chiedendo com’è essere molto sensibili? Ti invito a immaginare di vivere con tutti i tuoi sensi in allerta. Hai anche un vivido mondo interiore, in cui tutte le tue emozioni sono amplificate. La tristezza è un profondo dolore e la gioia è pura estasi. Ti preoccupi anche oltre la ragione e ti immedesimi senza limiti. Immagina di essere in osmosi permanente con tutto ciò che ti circonda.

Le persone molto sensibili spesso si sentono dire cose come: “Sei troppo sensibile”, “Smetti di prendere tutto a cuore”, o il mio preferito, “Dovresti davvero indurirti”. Il messaggio fondamentale è chiaro: essere altamente sensibili significa essere altamente imperfetti. Ero d’accordo con questa affermazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto presentare una sorta di segnale di avvertimento o una dichiarazione di non responsabilità: “attento: estremamente sensibile.”

Ora, lascia che condivida con te alcuni dei vantaggi di essere una persona altamente sensibile. Innanzitutto, ho una mente intensamente iperattiva, il che significa che è impossibile da spegnere. Ciò significa anche che l’insonnia è la mia migliore amica. Come puoi immaginare, è particolarmente utile la sera prima di un discorso su TED.

Inoltre non posso guardare film spaventosi o violenti perché le immagini sembrano perseguitarmi per sempre. Ricordo che da bambina ho guardato il film “Jaws”. Mi ha traumatizzato così tanto che per diversi anni non sono stata nemmeno in grado di andare vicino ad una piscina, figuriamoci al mare. E, abbastanza imbarazzante, ricordo il mio soprannome d’infanzia di “Principessa sul pisello”, quando si trattava di viaggiare e letti d’albergo. Il materasso non doveva essere troppo duro, non troppo morbido; doveva essere giusto. Mio padre una volta scherzosamente mi ha raccomandato di iniziare semplicemente a viaggiare con il mio letto e il mio cuscino per evitare eventuali problemi di viaggio futuri.

Mi chiedevo spesso: “A cosa mi potrebbe servire essere così?” Bene, i doni della sensibilità mi sono lentamente insorti dentro. Ho imparato ad amare il fatto di connettermi profondamente e facilmente con gli altri e anche di avere una forte intuizione che mi guida come un GPS infallibile. Fu solo all’età di 25 anni che mi imbattei in un libro che mi cambiò la vita: “La persona altamente sensibile” della dott.ssa Elaine Aron. Potei finalmente dare un nome alla mia esperienza di vita straordinariamente in technicolor, e mi ha dato la speranza che ce ne fossero altri come me. In questo libro descrive le persone altamente sensibili, o in breve PAS, come persone che hanno un tratto genetico della sensibilità nell’elaborazione sensoriale.

E sorprendentemente, dal 15% al ​​20% della popolazione è PAS. Inoltre usa il meraviglioso acronimo “DOES” per riassumere i tratti fondamentali dei PAS.

La “D” sta per profondità di elaborazione. Come PAS, abbiamo una capacità fenomenale di analizzare in profondità assolutamente tutto. Il mio esempio preferito per questo è quello che mi piace chiamare la “sindrome del ristorante cinese”. Fondamentalmente, possiamo impiegare fino a un’ora per leggere l’intero menu di 40 pagine, nonostante il fatto che molto probabilmente ordineremo il nostro piatto preferito comunque.

La “O” sta per sovrastimolazione. Siamo rapidamente sopraffatti dal mondo che ci circonda. Ad esempio, io sono bavarese e adoro il nostro Oktoberfest, ma in realtà devo partire dopo un’ora perché sono completamente sopraffatta dal mix di odori di pollo arrosto con zucchero filato e dalla cacofonia di canzoni e dalle folle enormi. È troppo per i miei sensi.

La “E” sta per empatia; i PAS sentono ciò che sentono gli altri. È come il vecchio detto ebraico: “Quando uno piange, l’altro ha sapore di sale”.

Infine, la “S” è sinonimo di consapevolezza delle sottigliezze. I PAS sono come un sensore finemente sintonizzato; possono prendere le vibrazioni più piccole. Sfortunatamente, ciò significa che sono anche il tipo di persone che ti sveglieranno alle 3 del mattino per dirti che sentono un rubinetto gocciolare in cucina due piani più in basso. Come puoi vedere, essere un PAS è molto più che reattività emotiva.

Vorrei rivolgermi ai due grandi elefanti nella stanza quando si tratta di stereotipi PAS. Il primo pregiudizio è che i PAS debbano semplicemente essere degli introversi sotto copertura che desideravano un nome più elaborato. Il fatto è che il 30% dei PAS sono in realtà estroversi, il che significa che non possiamo parcheggiarli nella comoda categoria “silenzioso carta da parati”, i PAS sono disponibili in molte tonalità di pastello. In secondo luogo, a causa della presunta femminilità dei tratti PAS, molti suppongono che i PAS siano soltanto donne. Può sorprendere che il 50% dei PAS siano, in realtà, uomini. Nella nostra società, gli uomini non dovrebbero essere sensibili ma aggressivi e competitivi. Purtroppo, l’idea che gli uomini possano essere sia sensibili che forti è ancora un concetto troppo alieno.

Ora, è un buon momento per dirti che non penso che i PAS siano migliori o peggiori di chiunque altro; sono semplicemente diversi. Vorrei anche sottolineare che, nonostante le voci, che non sono membri di “The Special Snowflake Society” e che anche i PAS non hanno una stretta di mano segreta per identificarsi a vicenda.

I PAS – persone altamente sensibili – sono come tutti gli altri, tranne per il fatto che vivono il mondo in un modo più vivido. E se pensi che tutti i PAS siano uguali, non è vero; non esistono due PAS uguali. Ogni PAS ha la propria impronta digitale unica e delicata accanto ad altri indicatori di identità come genere, etnia e background culturale e personale.

Vorrei anche sottolineare che essere un PAS – persone altamente sensibili – non è una malattia, e non è nemmeno una scelta. È un tratto genetico. Siamo essenzialmente nati per essere miti. Ogni volta che dici a un PAS che è “troppo sensibile”, è come dire a qualcuno con gli occhi blu che i loro occhi sono troppo blu. Non importa quanto spesso glielo dici, avrai ancora gli stessi occhi blu che ti fissano.

Come società, siamo arrivati ​​a pensare alla sensibilità come a un difetto; uno sfortunato, emotivo tallone d’Achille, che cozza con la nostra capacità di diventare sempre più ottimizzati, distaccati e robotici. Tutti sminuiamo troppo prontamente gli idealisti, i sognatori e i creatori. Però non è sempre stato così. Nei secoli precedenti, filantropi, filosofi, poeti, artisti e pittori erano tutti venerati per il loro sensibile contributo alla società. Chi saremmo senza Leonardo da Vinci o senza Mozart? Senza Anaïs Nin o Balzac? O Madre Teresa o Gandhi? Il nostro mondo sarebbe sicuramente più oscuro.

Ora, non sto suggerendo che tutti i PAS siano dei geni che hanno plasmato il mondo. Ma la maggioranza dei PAS – persone altamente sensibili – ha un vero bisogno di creare connessioni e significati. Poiché sentono ogni dolore che vedono, vogliono elevare il dimenticato e salvare il disgraziato. Quando i PAS cercano di nascondere la propria sensibilità per adattarsi, ci perdiamo tutti. Perché una società non sarebbe più povera e priva del cuore pulsante della creazione sensibile? Che scredita l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia? Credo di sì. Questo è il motivo per cui penso che dobbiamo iniziare con urgenza ad accettare e apprezzare la sensibilità per l’effetto di regolazione della temperatura che ha su un mondo spesso caldo.

Credo che siamo tutti sensibili a diversi gradi e in modi diversi. I PAS sono semplicemente all’estremità dello spettro. Ecco perché il modo in cui pensiamo e parliamo di sensibilità riguarda tutti noi. Dobbiamo riunirci come società per riscrivere la narrativa culturale negativa sulla sensibilità e trasformarla in una positiva. Dobbiamo cancellare l’idea che la sensibilità sia una debolezza per beneficiare finalmente dei suoi numerosi punti di forza. In questo modo, creeremo un ambiente in cui tutti sono sicuri di esprimere il proprio lato più morbido, non solo i PAS.

Come possiamo tornare a creare una consapevolezza e un’accettazione più positiva per la sensibilità? A livello pubblico, credo che i due cambiamenti più urgenti debbano avvenire nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Nelle scuole, dobbiamo formare meglio i nostri insegnanti per riconoscere e comprendere i bambini sensibili. E sia per i genitori che per gli insegnanti, il desiderio spesso ben intenzionato di rafforzarli, di sopravvivere nel grande mondo cattivo là fuori, deve cessare. Non dovremmo cercare di forzare le pecore ad indossare i panni dei lupi.

A livello aziendale, il sistema è impostato per favorire quelli con i gomiti in acciaio. Poiché le persone sensibili in genere sono più pacate e cooperative anziché competitive, spesso rimangono indietro nella scala aziendale. Per cambiarlo, dobbiamo creare un ambiente in cui tutti i tipi di personalità possano prosperare e non solo alcuni selezionati. Questo è il motivo per cui credo che, per le aziende, sia nel loro stesso interesse invitare persone sensibili al tavolo. Perché senza i sensibili le aziende rischiano di mancare di innovazione, integrità e, in definitiva, di umanità.

A livello personale, tutti possiamo avere un impatto semplicemente astenendoci dal giudicare la delicata differenza dei sensibili che ci circondano. La prossima volta che hai voglia di dire a qualcuno: “Sei troppo sensibile!” ti chiederei di fermarti e di metterti in pausa. Riempi quella pausa con comprensione. Vedrai che il semplice atto di accettazione solleverà entrambi.

Ai miei colleghi PAS, dico: prendete il cuore e siate spudoratamente voi stessi. Smettete di provare a irrigidirvi. Smettete di nascondervi; siete belli come siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi a dover essere considerati sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui corruzione, violenza e avidità sono la norma. Come [Jiddu] Krishnamurti ha detto: “Non è una misura della salute adattarsi bene a una società profondamente malata”.

Quando ero una bambina, adoravo inseguire le farfalle nel nostro giardino e ammiravo la loro fragile bellezza. Ho sentito un forte bisogno di proteggerle, così ho deciso di intrappolarle in vasetti di vetro pieni di erba e fiori, per tenerle al sicuro con me nella mia stanza. Ho capito rapidamente: alle farfalle non piace la cattività. Questo mi ha fatto capire: non avevano bisogno di essere salvate, il loro colorato contributo all’ecosistema naturale era esattamente come dovrebbe essere. Allo stesso modo, i PAS non dovrebbero nascondersi dal dolore di questo mondo in un’ incubatrice protettiva. È il loro ruolo intensificare e condividere i loro doni sensibili con tutti noi.

Credo che, come esseri umani, siamo tutti uniti dalla nostra esperienza di sensibilità ed empatia. Inoltre non credo che tu debba essere un PAS per preoccuparti e fare la differenza. Oggi affrontiamo gravi problemi politici, culturali e ambientali. Ora, più che mai, abbiamo bisogno del contributo di menti e cuori sensibili per aprire la strada ai tempi difficili. Più tutti ci permettiamo di connetterci ai nostri doni sensibili innati, più possiamo guarire noi stessi e il pianeta su cui viviamo. Ispirata da John Lennon che forse ha scritto il più grande inno di sensibilità di tutti i tempi con “Imagine”, lasciami chiudere dicendo: “Per favore, non dirmi che sono un sognatore, perché so di non essere l’unico sensibile. Abbi fede che ti unirai a me per rendere questo mondo più dolce. Grazie.”

Anche io, come il 15-20% della popolazione, sono una PAS. Felicemente, dopo averlo capito, accettato, ed imparato a gestirlo. Perché è un “potere innato” con cui è necessario imparare a convivere e saperlo usare per noi, per gli altri, e mai contro di noi.

Cari PAS, persone altamente sensibili come me, se ci siete battete un colpo e lasciate nei commenti un vostro pensiero.

Covid-19 asta

20 marzo 2020 (covid-19)

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Mariangela Gualtieri

N.B. L’immagine è dell’artista Alessio-B che ha partecipato all’asta benefica in favore della terapia intensiva di Padova

Nono Congresso internazionale sulla balbuzie

ISA (International Stuttering Association) e AAT (Asociation Argentina de Tartamudez) organizzano in Argentina il 9° Congresso Internazionale per Balbuzienti contestualmente al 2° Congresso LatinoAmericano. Si terrà nell’Aula Magna della Facoltà di Medicina a Buonos Aires nei giorni 18, 19, 20 e 21 Maggio 2011. Un’occasione unica che vedrà insieme le persone che balbettano, i loro familiari e ricercatori provenienti da ogni parte del mondo.

Differenti linguaggi, culture e idee unite per accettare, integrare e comprendere.

Domande frequenti sulla balbuzie

Passerà da sola? La balbuzie si manifesta nel 5% dei bambini tra i 2 ed i 7 anni d’età; il 75-80% di loro torneranno gradualmente alla fluenza; IMP: qualora  persista oltre i 12/18 mesi dall’esordio, le probabilità di una risoluzione spontanea diminuiscono e diventa necessario iniziare un percorso rieducativo.
Quali sono le cause della balbuzie? Al momento si ritiene che l’origine  della balbuzie sia da imputarsi a più fattori: ereditari (all’incirca il 50% dei balbuzienti hanno precedenti in famiglia), neurofisiologici, fattori legati allo sviluppo e/o alle dinamiche familiari che possono esacerbare il disturbo.
Se la balbuzie ha una componente genetica non posso farci nulla? Falso. Il pensiero comune spesso comporta questo mito: genetica=impotenza. Niente di più errato. Gli studi servono semmai  a comprendere meglio il problema. La consapevolezza dell’origine in parte genetica non deve essere paralizzante, ma stimolare all’azione i genitori qualora il bimbo balbetti da 12/18 mesi.
La balbuzie è dovuta ad un trauma? Falso. La convinzione della causa psicologica è ormai superata a livello internazionale. Bambini ed adulti che balbettano non differiscono da chi è fluente relativamente a disordini psicologici. Spesso spiccano per maggiore sensibilità, ma questa peculiarità non costituisce certamente la causa, semmai  rappresenta una caratteristica distintiva.
Le persone che balbettano sono meno intelligenti? Falso. L’intelligenza è assolutamente normale, l’autonomia e la consapevolezza del proprio valore vanno sempre stimolate e salvaguardate. Spesso, per compensazione,  chi balbetta ha maturato un ampio vocabolario, utile alla sostituzione dei vocaboli all’insorgere dei blocchi. Non di rado, una volta acquisita la fluenza, l’ eloquio è particolarmente ricco ed elaborato.
E’ colpa dei miei genitori se balbetto? Falso. I genitori possono migliorare i loro stili comunicativi e di vita, ma non per questo vanno colpevolizzati o ritenuti responsabili dell’insorgere del problema, che ha tutt’altra causa. Purtroppo in parte ancora sconosciuta.
La balbuzie si apprende per imitazione? Falso. La balbuzie non si “attacca”, non è un virus. Né un genitore, né un compagno di scuola balbuziente possono esserne ritenuti responsabili. Ad oggi nessuna ricerca lo dimostra.
E’ d’aiuto dire: “prendi un bel respiro… pensa a ciò che vuoi dire prima di dirlo”? Falso. No, non è d’aiuto. Anzi…  Sottolinea il problema in maniera controproducente, stimolando ulteriore tensione. E’ invece utile ascoltare attivamente e parlare lentamente senza interrompere.
Lo stress causa la balbuzie. Falso. Non causa direttamente la balbuzie, anche se la peggiora. L’ansia, in chi balbetta, è legata al linguaggio ed è una conseguenza della difficoltà nel comunicare che dovrebbe essere di facile comprensione anche per chi non è balbuziente.
E’ possibile smettere di balbettare? Vero. Non esistono cure miracolose che sortiscono effetti in breve tempo ma programmi che aiutano nel controllo del disturbo e che spesso portano a una gestione talmente soddisfacente ed efficace tale da far considerare il problema superato.  Per arrivare a questo è però necessario un approccio personalizzato a medio/lungo termine, che si avvalga di una tecnica specifica e che si faccia carico anche delle componenti relazionali, comunicative ed emotive.

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