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L’ora del lupo: quando la notte mette la mente davanti a sé stessa

C’è un’ora della notte in cui il silenzio non consola.

Non è il silenzio che riposa, ma quello che osserva.

Tra le tre e le cinque del mattino, quando il mondo dorme e le case sembrano trattenere il respiro, la mente resta sola con ciò che di giorno riesce a rimandare, a contenere, a coprire con il rumore della vita.

È chiamata l’ora del lupo.

Si tratta di un tempo sospeso, fragile, in cui i pensieri diventano più netti, più affilati, più spaventosi.
Non perché dicano finalmente la verità, ma perché sono privi di protezioni.

In questo spazio notturno non c’è pubblico, non c’è ruolo, non c’è difesa: la coscienza si trova faccia a faccia con sé stessa.

L’espressione proviene dal folklore nordico ed è stata resa celebre dal film L’ora del lupo di Ingmar Bergman, che descrive questo momento come l’ora in cui gli incubi vengono a visitarci.

È, infatti, una metafora potente per indicare una soglia: tra sonno e veglia, tra controllo e resa, tra ciò che sappiamo di noi e ciò che preferiamo non vedere.

Ma l’ora del lupo non è solo suggestione poetica.
Coinvolge il corpo.
Attraversa la mente.
E mette in crisi un equilibrio che, per qualche ora, si spezza.


La notte del corpo, la notte della mente

Nel cuore della notte il corpo attraversa una terra di mezzo.
Non è più immerso nel sonno profondo, ma non è ancora pronto al giorno.

La melatonina, che accompagna il riposo e protegge la regolazione emotiva, inizia lentamente a ritirarsi.
Allo stesso tempo, il cortisolo, che prepara l’organismo alla veglia, comincia a risalire in silenzio.

Le funzioni mentali che sanno relativizzare, attendere e dare prospettiva restano sullo sfondo.

È come se la mente fosse sveglia senza gli strumenti della luce.

In particolare, in questa condizione:

  • le emozioni diventano più crude
  • i pensieri perdono sfumature
  • il passato pesa di più
  • il futuro appare minaccioso

Per questo, ciò che di giorno è complesso, di notte diventa definitivo.
Ciò che alla luce è una possibilità, al buio assume la forma di un errore irreparabile.

Quando il sistema nervoso resta in uno stato di allerta prolungata, anche il sonno può diventare fragile, favorendo risvegli improvvisi e pensieri intrusivi, come accade in molte forme di
ansia notturna e iperattivazione del sistema nervoso.


L’angoscia che arriva senza bussare

Molte persone conoscono l’ora del lupo senza saperle dare un nome.
Si svegliano all’improvviso, il corpo immobile, il cuore lievemente accelerato, la mente già in corsa.

Non sempre è paura.
Spesso, invece, è qualcosa di più sottile: un’urgenza emotiva, la sensazione che qualcosa vada risolto subito, ora, senza rimandare.

In quell’ora:

  • il pensiero gira in cerchio
  • il dialogo interiore si fa severo
  • le emozioni diventano totalizzanti

Di conseguenza, la mente, privata delle distrazioni diurne, tende a tornare sugli stessi nodi, alimentando una ruminazione mentale che si auto-rinforza nel silenzio della notte.


Le stesse persone, le stesse ferite

L’ora del lupo non porta pensieri nuovi.
Riporta quelli antichi.

Le stesse relazioni irrisolte.
Le stesse parole non dette.
Le stesse scelte rimandate.
Gli stessi confini superati per amore, per dovere, per paura di perdere.

Per le persone particolarmente sensibili ed empatiche, la notte può amplificare la risonanza emotiva, rendendo più difficile separare ciò che è proprio da ciò che appartiene agli altri.

Tuttavia, quando l’ipersensibilità emotiva non è contenuta, il silenzio notturno può trasformarsi in un luogo di eccessiva esposizione interiore, come accade a chi vive una forte
empatia non regolata.

L’ora del lupo non inventa drammi.
Rende udibile ciò che è stato messo a tacere.


La regola che salva

Nell’ora del lupo non si decide.

Le decisioni importanti vanno rimandate.
Le scelte irreversibili possono attendere.
I messaggi che chiudono non appartengono alla notte.
Le conclusioni definitive sulla propria vita, ancora meno.

Illustrazione dell’ora del lupo: una finestra aperta sulla notte che diventa alba, simbolo dei pensieri notturni e della vulnerabilità emotiva.

L’urgenza che si prova di notte non è lucidità.
È esposizione.

Ed è una fortuna che, mentre la mente è più vulnerabile, il mondo dorma.
Il silenzio esterno diventa un argine: impedisce che un momento fragile diventi irreversibile.


I pensieri dell’ora del lupo

I pensieri dell’ora del lupo
non sono più veri.
Sono solo più nudi.

Privati di contesto, di futuro e di alternative, sembrano assoluti.
Ma sono pensieri che vanno attraversati, non seguiti.


Attraversare la notte

L’ora del lupo non va combattuta.
Va attraversata con rispetto.

  • torna al respiro
  • senti il corpo nel letto
  • scrivi una sola frase (non una storia)
  • rimanda ogni decisione al mattino

Con la luce, le stesse domande spesso cambiano voce.
Non perché scompaiano, ma perché tornano abitabili.


Ciò che resta

L’ora del lupo non è una condanna.
È una soglia.

La notte non chiede risposte.

Chiede solo che tu non ti faccia male mentre pensi.


Nota importante:
Questo articolo ha finalità divulgative e informative.
Non sostituisce una valutazione professionale, una diagnosi o un percorso terapeutico personalizzato.
Se i risvegli notturni, l’angoscia o i pensieri intrusivi sono frequenti o invalidanti, è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale.

 

Ansia da rientro a gennaio

Ansia da rientro a gennaio: sistema nervoso in allarme

Se in questi giorni senti ansia da rientro a gennaio — anche se va tutto bene sulla carta — sappi che non sei “pigro/a” e non sei strano/a: spesso è il sistema nervoso che sta tornando in assetto dopo settimane di ritmi e stimoli diversi.

A gennaio succede una cosa strana: ti rimetti in carreggiata, la vita “riparte”, e proprio lì—quando dovresti sentirti finalmente ordinato/a—ti senti peggio.

Non è sempre un’ansia riconoscibile. A volte è un rumore di fondo: fatica senza nome, reattività che non ti assomiglia, una specie di vuoto mentre fai cose normalissime. E ti chiedi: “Ma perché mi pesa così tanto?”

La risposta che di solito ci diamo è moralistica (e ingiusta): “Sono pigro/a, non ho disciplina, mi manca volontà.”
E invece spesso è più semplice e più umano: il tuo sistema nervoso è ancora in modalità rientro. Non rientro “organizzativo”. Rientro biologico.

Il rientro non è il calendario: è la temperatura interna

Prova a pensare a come sono state davvero le settimane precedenti. Non solo cosa hai fatto, ma come le hai attraversate.

Per molti dicembre e inizio gennaio sono una somma di micro-eventi:

  • gli orari slittano (anche solo mezz’ora, ogni giorno)
  • si socializza di più, o si è più esposti a dinamiche familiari
  • si gestiscono più persone, più aspettative, più “atmosfera”
  • si mangia in modo diverso, si beve un po’ di più, ci si muove di meno
  • si scorre di più col telefono, magari la sera, per staccare
  • c’è meno luce naturale e più luce artificiale (che per il cervello non è indifferente)

Non serve “un trauma” perché il sistema nervoso si stanchi. A volte basta un periodo prolungato in cui hai dovuto essere presente, adattarti, contenere, organizzare.

Poi arriva il rientro e succede una cosa tipica: pretendi da te stesso/a una ripartenza pulita, immediata. Il corpo, invece, ragiona per transizioni: non passa da “feste” a “pieno regime” in un click.

Tre scene che raccontano l’ansia da rientro a gennaio

La mattina in cui ti svegli già teso/a. Apri gli occhi e non è che stai male… però senti già la lista in testa. Mail, cose da fare, appuntamenti. Ti alzi e ti sembra di essere in ritardo anche se sei in orario. Ti fai il caffè e intanto la mente corre.

È uno dei modi più comuni in cui si manifesta l’ansia da rientro a gennaio: ti svegli già “acceso/a”, anche se la giornata non è ancora iniziata. Questa è una forma di iperattivazione: il sistema simpatico è già alto. Non perché la giornata sia per forza difficile, ma perché il corpo ha imparato a stare “in guardia”.

Il pomeriggio in cui non riesci a iniziare. Il compito è semplice. Potresti farlo in mezz’ora. Eppure rimandi. Ti trovi a fare cose laterali: sistemare, controllare, scorrere, riprendere mille volte il telefono. E poi arriva la vergogna: “Ma cosa mi succede? Perché non parto?”

Quando prevale il blocco, l’ansia da rientro a gennaio può sembrare pigrizia: in realtà è protezione e risparmio di energia. Qui spesso non è mancanza di volontà: è shutdown, uno spegnimento protettivo. Il cervello percepisce un eccesso di richiesta e si difende riducendo energia, iniziativa, focus. È come se dicesse: “Non ho margine, quindi non mi muovo.”

La sera in cui sei esausto/a ma non riesci a dormire. Questo è il paradosso più crudele: sei stanco/a, però il sonno non arriva. O arriva e non ristora. Ti svegli alle tre, alle quattro, e la mente riparte.

Quando succede, spesso pensiamo: Devo rilassarmi.” Ma il sistema nervoso non si rilassa su comando. Ha bisogno di sentirsi in sicurezza e di scendere gradualmente di marcia.

Il dettaglio che cambia la prospettiva

Il rientro di gennaio è spesso una combinazione di due cose: ritmi biologici sballati (sonno, luce, stimoli, alimentazione) e carico emotivo invisibile (contenere, gestire, mediare, non deludere).

Quando queste due cose si sommano, il sistema nervoso può andare in iperarousal (allarme alto) oppure in shutdown (spegnimento). E spesso si alternano.

Se sei in iperarousal potresti notare irritabilità, respiro alto, tensioni muscolari, pensieri veloci e insonnia.
Se sei in shutdown potresti sentire pesantezza, apatia, nebbia mentale, procrastinazione e bisogno di isolarti.

La cosa importante: in entrambi i casi non serve giudicarti. Serve regolare.

La trappola del rientro: più controllo, più blocco

Qui, a gennaio, succede spesso una scena interiore quasi identica per tutti: ti senti fuori fase → ti spaventi → ti imponi disciplina → aumenti il controllo → il corpo reagisce con più tensione o più blocco → ti giudichi → ti sovraccarichi.

È un circuito. Un sistema nervoso stanco vive la disciplina come una minaccia: “ora devo anche dimostrare che sto bene”. Questo vale per chi è molto empatico (che assorbe) e per chi è molto “reggente” (che stringe i denti). Donne e uomini, uguale. Cambia la forma, non cambia la sostanza.

La chiave è un’altra: prima stabilità, poi produttività.

Protocollo gentile in 7 giorni (rientro “a rampa”)

Se ti riconosci, questo mini-percorso è pensato proprio per l’ansia da rientro a gennaio: non punta alla performance, ma alla regolazione.

Giorno 1 — Metti giù la frusta. Scegli una sola priorità vera e due “minimi vitali”. A gennaio non serve fare di più: serve smettere di chiederti di essere una macchina.

Giorno 2 — Quattro minuti nel presente. Espira più lungo (4–6) e poi orientati: guarda intorno, nota dettagli, senti i piedi. È manutenzione.

Giorno 3 — Un gesto corporeo misurabile. 15–20 minuti di camminata lenta oppure 10 minuti di stretching. Lo scopo è scaricare, non performare.

Giorno 4 — Igiene degli stimoli. Nell’ansia da rientro a gennaio, ridurre gli stimoli invisibili spesso vale più di aggiungere forza di volontà: notifiche off a blocchi, una sola finestra social, telefono lontano dal letto.

Giorno 5 — Micro-confini. Una frase basta: “Ti rispondo domani”, “Oggi ho bisogno di leggerezza”, “Ne parliamo più avanti”. Il corpo si calma quando sente che non deve reggere tutto.

Giorno 6 — Scendere di marcia la sera. Luci basse, niente schermo a letto e 5 righe a mano: cosa mi ha attivato, cosa mi ha aiutato, cosa tolgo domani, cosa delego, una gentilezza per me.

Giorno 7 — Revisione gentile. Non chiederti “sono produttivo/a?”. Chiediti “sono stabile?”. Individua il tuo primo segnale, la tua leva migliore e il tuo errore tipico.

Ansia da rientro a gennaio

 

Tre rientri diversi (e perché cambia tutto)

L’ansia da rientro a gennaio cambia faccia a seconda della vita che conduci: genitorialità, solitudine, lavoro relazionale… spesso il punto non è “quanto fai”, ma quanto recupero reale ti resta.

Se hai figli (o persone da gestire), il carico non è il tempo: è la disponibilità continua. Qui aiutano micro-pause protette (anche 3 minuti veri) e una semplificazione al giorno.

Se vivi da solo/a, il rischio è l’oscillazione tra silenzio e vuoto: meglio una routine piccola ma fissa (tazza + finestra + respiro), un appuntamento leggero a settimana e un gesto corporeo quotidiano.

Se lavori a contatto con il pubblico, spesso il sovraccarico è relazionale: tante micro-interazioni. Aiuta una micro-decompressione tra blocchi e, la sera, meno chat e più discesa graduale.

Quando chiedere un aiuto in più

Se l’ansia da rientro a gennaio dura settimane con insonnia intensa o panico ricorrente, non aspettare: può essere utile parlarne con un professionista, soprattutto quando il sistema nervoso è in carico cronico.

Una domanda semplice (ma onesta)

Se dovessi descrivere il tuo rientro con una parola, quale sarebbe? Nervoso/a? Spento/a? Sotto pressione? Vuoto/a? In affanno? A volte basta nominare lo stato giusto per smettere di combatterlo nel modo sbagliato.


Nota (solo scopo informativo): questo contenuto ha finalità informative/divulgative e non costituisce diagnosi, cura o terapia, né sostituisce il parere di professionisti abilitati. Se il disagio è intenso o persistente, rivolgiti a uno/a specialista.

 

Training Autogeno e rilassamento

rilassamento Il Training autogeno è una tecnica di rilassamento ideata nella prima metà del secolo da J.H. Schultz, neurologo e dermatologo,  che prende l’avvio dai suoi studi in medicina psicosomatica e ipnosi. In quest’ambito notò come i suoi assistiti sperimentassero sensazioni di pesantezza e calore dopo le sedute, unitamente a sensazioni di rilassamento. L’ipnosi si basa infatti sulla “commutazione fondamentale” che viene prodotta sia a livello psichico che somatico e Schultz perfezionò una metodologia capace di ottenere il medesimo effetto in modo autoindotto senza l’ausilio del terapeuta al fine di “trasmettere al partecipante migliore contatto col proprio sistema nervoso vegetativo, quindi con il controllo delle energie, dalla fase di strutturazione alla fase di utilizzo delle stesse e viceversa, e di renderlo in ciò più concentrato, disteso, e anche più creativo e produttivo.” (Wallnofer, 2008)

Io penso che, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, sia possibile rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale. “Schultz I.H.”

Training autogeno significa “allenamento” che si genera (greco=genos) “da sé” (greco=autos) e consta nell’ allenarsi, almeno tre volte al giorno, nell’esecuzione di sei esercizi di base che si consiglia siano insegnati da un conduttore che abbia adeguata formazione e che abbia sperimentato il TA su di sè. Nell’arco di una decina di incontri, in gruppo o individuali, è possibile diventare indipendenti  continuando a praticare l’allenamento in completa autonomia.  L’allenamento richiede un setting adeguato allo scopo e che il soggetto entri in contatto mentale con le zone del corpo indicate dalla formula relativa ad ogni esercizio, un’attitudine mentale che focalizzi l’attenzione più sul processo che sul risultato e la ripetizione mentale delle formule autogene secondo le indicazioni del conduttore del training.

Gli esercizi si dividono in due fondamentali:

  • il primo tende a produrre uno stato di rilassamento muscolare, dei muscoli striati e lisci;
  • il secondo porta ad una vasodilatazione periferica con conseguente aumento del flusso sanguigno e percezione del calore corporeo.

E  quattro complementari:

  • esercizio del cuore
  • esercizio del respiro
  • esercizio del plesso solare
  • esercizio della fronte fresca

Per sperimentare l’autogenia è necessaria l’inibizione dell’attenzione esterna e la sua commutazione verso l’attenzione interna, l’accettazione passiva di tutte le percezioni presenti e il mantenere per alcuni minuti lo stato di esclusiva percezione del funzionamento dell’organismo in condizioni di minima interferenza della volontà. (De Rivera Y Revuelta). Lo stato mentale della concentrazione passiva ricorda il paradosso Taoista del wei wu wei, inteso come azione senza azione, per arrivare a concentrarsi e nel contempo lasciar accadere, lasciando fluire e scorrere i pensieri con un atteggiamento mentale di noncuranza.wei-wu-wei Ci si addestra al non-fare, mantenendo un atteggiamento di osservazione ricettiva senza né rifiutare né partecipare a ciò che si osservaPossiamo inoltre pensare al training autogeno come alla via occidentale della meditazione, in quanto è provato come la concentrazione passiva induca uno stato alterato di coscienza (ASCI); già da sola l’esperienza ASCI  può favorire stabilità emotiva e la soluzione di conflitti interni, donando rilassamento e una visione ampliata della realtà personale.

“Il significato pratico di uno smorzamento della risonanza emotiva è evidentemente di grande importanza nella vita quotidiana.[…] Esso può inoltre essere anche utilizzato come tecnica profilattica allo scopo di consentire la possibilità di difendersi da situazioni particolarmente impegnative che si debbano affrontare.”
(J.H. Schultz, 1966)

“Si otterrà così un tono affettivo di base connotato da benessere e pace (sembra essere l’opposto dell’ansia), una consapevole percezione degli organi interni ed una maggior chiarificazione interiore, infatti la pratica costante “consente una specie di interiorizzazione con un rientrare in se stessi, per cogliervi nello stato di passività […], il nostro mondo interiore.” (J.H. Schultz, 1966)

L’allenamento può essere svolto in tre differenti posizioni: da seduti, supini o nella posizione del cocchiere, altrimenti detta dello sgabello.

Gli effetti che si acquisiscono nel tempo sono i seguenti:

  • Un più profondo e rapido recupero di energie
  • L’autoinduzione della calma e conseguente rilassamento
  • L’autoregolazione delle funzioni corporee altrimenti involontarie (es. circolazione sanguigna)
  • Il miglioramento nelle prestazioni
  • La diminuzione della percezione del dolore (non si tratta però di repressione)
  • L’autodeterminazione attraverso formule di proponimenti in base alle necessità del singolo
  • Introspezione e autocontrollo, grazie alla visualizzazione interiore durante lo stato psichico concentrativo.

“Il Training Autogeno può dunque contribuire all’autosviluppo e all’autoconoscenza, senza alcuna suggestione esterna e senza un piano esterno secondo il quale l’uomo abbia da svilupparsi. Colui che diventa più calmo, e non certo più indifferente, o più povero di reazioni, può agire più liberamente; e colui che può acquisire questa calma, con l’aiuto di uno specialista (ma autogenicamente!) sarà più sicuro di sé e comunicherà meglio col suo ambiente. Una tale sicurezza interiore – auto conquistata – non solo rende liberi da disturbi, e attutisce reazioni esagerate sia nell’area psichica che fisica, ma rende libera la via verso il “vero” uomo in noi”.
(Wallnofer, 2008)

Bibliografia di riferimento
Brancaleone F., TBA: Terapia Bionomico Autogena. Fondamenti, principi, tecniche e applicazioni. Franco Angeli, 2010.

De Rivera y Revuelta J. L. G., Psicoterapia autogena – 1 parte Training Autogeno di Base, Edizioni libreria Cortina, Torino 2009

Schultz I.H., Il Training autogeno – metodo di distensione da concentrazione psichica, Collana Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Schultz I.H., Quaderno di esercizi per il training autogeno, a cura di D. Langen, Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Wallnofer H., Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena, Armando Editore, 2008

La balbuzie è come un iceberg

psicologia della balbuzie
Comprendere le profonde ripercussioni emotive della balbuzie non è cosa facile, Joseph Sheehan – eminente terapeuta del linguaggio (USA) e balbuziente egli stesso – tempo orsono coniò la metafora dell’iceberg, utilissima a chiarire a chi è fluente gli aspetti paralizzanti sottesi al disturbo.
Quante volte non riusciamo a capire fino in fondo e restano evidenti soltanto gli aspetti “che si vedono/sentono?”
Nell’iceberg esiste una parte emersa, che nella balbuzie si esprime con blocchi e ripetizioni nel parlato, ma la massa più grossa è quella sott’acqua, non visibile. Ansia, imbarazzo, frustrazione, senso di colpa, rabbia trattenuta (perchè a me?), evitamento, nervosismo, umiliazione, sensazione di non avere il controllo della propria vita … Solo per citarne alcuni. Molte persone che balbettano costruiscono nel tempo questi meccanismi emozionali semplicemente spinti da necessità di sopravvivenza.
Prima che si scoprissero le componenti biologiche nella genesi del disturbo si è ipotizzato che le cause fossero da imputarsi a fattori emozionali, mentre ne sono invece una diretta conseguenza. Lo stile del pensiero subisce una sorta di programmazione e si stabilizzano strategie mentali controproducenti a forza di subire esperienze negative nelle relazioni e nella quotidianità, diventando una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta. La paura del blocco causa stress che a sua volta produce una scarica di adrenalina, che inevitabilmente va ad influire nella performance, peggiorando la situazione. Credendo che la balbuzie sia un disturbo di origine psicologica chi balbetta subisce una sorta di giudizio sociale, che non può che implicare sensi di colpa, peggiorando la stima di sé ed il proprio senso di essere nel mondo.
Spesso questi aspetti mentali ed emozionali diventano più devastanti e dolorosi del disturbo stesso.
Un piccolo esempio: la balbuzie è per sua natura variabile in modo non prevedibile, ho sentito genitori o insegnanti affermare : “Vedi, basta uno sforzo di volontà. Se vuoi puoi non balbettare.”
Ricordiamo anche che ogni iceberg è diverso dall’altro, unico. Come unico al mondo è ogni individuo e come unico sarà il modo in cui la sua balbuzie si esprimerà e le manifestazioni che nel tempo si assoceranno ad essa.

Balbuzie e ansia

La balbuzie si manifesta con involontari blocchi nell’emissione del suono e di sovente, man mano che l’età del balbuziente progredisce, si associano alla disfluenza conseguenze emozionali causate dall’impossibilità di comunicare nei vari contesti sociali.
Sebbene l’ansia non possa essere più considerata una causa, sappiamo invece come esacerbi il disturbo, innescando una sorta di spirale perversa da cui è difficile uscire. E non ci deve sorprendere, i sintomi della balbuzie possono davvero essere socialmente disabilitanti e frustranti, ed hanno insito in sé il potenziale di ostacolare una crescita personale e professionale appagante.
Parlare fluentemente e comunicare efficacemente sono competenze che racchiudono un alto valore aggiunto e possiedono una serie di ramificazioni in ogni campo dell’esistenza; non poterlo fare porta con sè una serie di svantaggi e diminuisce  il dispiegarsi delle opportunità.
Sentirsi ansiosi può essere considerata una reazione ragionevole poiché la balbuzie ha insita la possibilità di elicitare nell’Altro esiti come la presa in giro, l’imbarazzo, la frustrazione o ancor peggio, la pietà (Bloodstein, 1995;Menzies et al, 1999). Conseguentemente un bambino che balbetta entra nell’adolescenza e nell’età adulta con un rischio di sviluppare una chiusura di chiaro stampo reattivo e comportamenti di ritiro sociale nonché ansia in tutte quelle situazioni sociali che necessitano una comunicazione che coinvolga il giudizio dell’ Altro. Parlare in pubblico, leggere a voce alta, essere posti di fronte a persone autorevoli, innescano meccanismi appresi di somatizzazione nell’organo bersaglio, causando un peggioramento della fluenza e l’incrementarsi dei blocchi.
Sebbene l’ansia che tipicamente colora la personalità del balbuziente possa trovare un appagante miglioramento controllando direttamente il sintomo che la genera, durante il trattamento è auspicabile trovare il coraggio per affrontare anche tutte quelle situazioni problematiche che hanno segnato lo sviluppo armonico del carattere, coartando e ripiegando l’individuo che balbetta  su se stesso.
Il counseling del disturbo, in quanto relazione d’aiuto, associato a tecniche di modellamento della fluenza, raggiunge  proprio questo obiettivo: attraverso la dinamica che sorge tra i partecipanti del gruppo e gli stessi operatori aiuta a far riemergere il  piacere dimenticato della comunicazione, e sprona a portare la  parola ritrovata in ogni contesto sociale, lasciandosi alle spalle il silenzio e la vergogna.

 

Un video sulla balbuzie: intervista a una sedicenne

Un filmato di circa 8 minuti, prodotto dalla Vancouver Film School, in cui una sedicenne viene intervistata sulla balbuzie di cui soffre fin da bambina. Una terapeuta fa luce sulle cause, tuttora incerte, ed i genitori sottolineano quanta disinformazione ancora sia presente nella società. Il disturbo che la affligge è serio e con coraggio lancia un messaggio al mondo intero: invita i balbuzienti a non mollare mai, a cercare di continuare a lottare per i propri sogni e a non permettere a nessuno di sostenere che non sia possibile attuarli. Chiede inoltre, a coloro che non balbettano, più pazienza e comprensione per chi, suo malgrado, è un pò differente. Ascoltatela.

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