Mese: Gennaio 2012

Come creare empatia con una sola parola

Parola empatia
Se fossi un eremita che vive solitario sulle vette del Kilimangiaro, non dovrei avere bisogno di interagire con le altre persone. Ma visto che il mio paese, per quanto piccolo, conta comunque i suoi diecimila abitanti, per forza di cose parlo ogni giorno con qualcuno. Famiglia, amici o estranei, le relazioni sociali sono alla base della comunità nella quale viviamo.

E per questo è importante imparare come creare empatia, come relazionarsi meglio con gli altri.

Ci sono tanti modi per farlo, dalle parole alla famigerata comunicazione non verbale. Un insieme di tecniche che si propongono di creare un rapporto emotivo fra due persone, in maniera naturale o artificiale. Tuttavia, c’è una parola magica che funziona in tutte le situazioni e che ti permettere di creare empatia con il tuo interlocutore.

Non devo stare qui ad illustrarti i vantaggi che si hanno quando si crea un legame emotivo con una persona. Non deve essere per forza amicizia o addirittura amore, basta quel filo di empatia necessaria per farti risaltare rispetto a tutti gli altri. Quanto basta per essere considerato una persona con le sue caratteristiche peculiari, e non uno fra i tanti.

Fondamentale nel commercio, ma anche nella vita personale. Migliorando le tue relazioni con gli altri potrai vivere una vita migliore, più piena perchè con più emozioni.

In più, e questo mi preme sottolinearlo, la tecnica di oggi non si tratta di qualcosa di artificioso, di innaturale. Ci sono molte tecniche che puntano a creare una specie di empatia fasulla, basata sul nulla. Ad esempio, è risaputo che imitare la postura dell’interlocutore aumenta la sua empatia nei tuoi confronti. Tuttavia si tratta di un escamotage, perchè si fonda sull’imitazione non spontanea dei movimenti. Se vuoi mantenere empatia in questo modo, devi continuare ad usare quella tecnica.

La parola magica per creare empatia

Quindi, qual’ è questa fantastica parola che ha tutte queste proprietà benefiche e nessuna controindicazione? Okay, lo ammetto, ti ho mentito: non si tratta di una parola sola. Però la possiamo riassumere molto semplicemente.

Il nome.

Tutto qui. Per qualsiasi persona, il proprio nome è la parola più dolce e familiare che possa sentire. Pensaci: nell’infanzia senti il tuo nome migliaia di volte, pronunciato dai genitori e dalle persone che ti stanno più a cuore. Nei primi anni di vita impari quindi ad associare al nome una situazione di benessere, di sicurezza.

Passata l’infanzia, le persone iniziano ad usare il tuo nome per chiamarti, per attirare la tua attenzione. Hai presente quando sei con la testa fra le nuvole, e non ascolti minimamente le parole di chi ti sta intorno? Quando qualcuno pronuncia il tuo nome, subito caschi dalle nuvole. Questo avviene perchè l’inconscio ascolta sempre tutto, ma quando sei sovrappensiero le informazioni non passano alla mente conscia. Ma il nome è associato ad una situazione che richiede la tua attenzione, e quindi ha la priorità su tutto il resto.

Cosa significa questo? Significa che quando pronunci il nome di qualcuno, il suo inconscio automaticamente si concentra su di te.

Per dirla con il linguaggio della programmazione neurolinguistica, si crea un’ancora fra il tuo nome e questa sensazione: senti il tuo nome, e subito vengono richiamante certe emozioni. Per la precisione, sono due le emozioni collegate al nome:

  • Sicurezza, benessere
  • Attenzione

Non sei ancora convinto che il semplice nome crei empatia? Allora prova a pensare a una situazione nella quale il tuo nome è stato pronunciato per rivolgersi a qualcun altro. Può essere una conversazione fra amici, ma può essere anche un libro o un film. Riesci a ricordarti una situazione del genere? Che sensazione hai provato?

Scommetto che ti ha fatto uno strano effetto, prima di tutto. Normale, l’inconscio ha già abbinato il tuo nome con la tua identità e fa a fatica a concepire che altre persone possano chiamarsi come te. Se pensi ad una storia dove il protagonista ha il tuo nome, sono sicuro che avrai provato una strana immedesimazione per lui o lei. Quasi come se quel personaggio fossi tu: questa non è forse empatia?

Conclusione

Se vuoi creare una relazione emotiva con un altra persona, utilizza spesso il suo nome. Quando saluti qualcuno non dire semplicemente “ciao”, ma dì “ciao Agamennone”. E utilizza il nome ogni volta che vuoi dare una certa rilevanza ad una tua frase, quando vuoi che sia recepita pienamente dall’interlocutore.

Come vedi, questa non è una tecnica per creare un falso legame. L’empatia sarà autentica, perchè non stai fingendo niente: l’unica cosa che fai è dire il nome di qualcuno. Questo ti permetterà di avere delle relazioni più soddisfacenti sotto tutti i punti di vista, e in generale un’ottima vita sociale.

Prova ad usare questa parola magica se pensi di non essere bravo a comunicare con gli altri, e vedrai che le cose miglioreranno molto.

Vantaggio bonus: se ripeti più volte il nome di una persona che hai appena conosciuto, riuscirai a ricordare meglio il suo nome! 🙂

Ti è piaciuto questo articolo? Bene! Allora passa a trovarmi sui mio blog Mindcheats – Trucchi per sfruttare la mente. 🙂

Ho ospitato volentieri questo post di Stefano, passate a salutarlo!

counseling grafologico

Counseling grafologico

Un colloquio. Un colloquio di lavoro. Si gioca forse il futuro.
“Mi parli di Lei”.
“Mi descriva i suoi pregi ed i suoi difetti”.
“Come si immagina da qui a 5 anni”?
Sono alcune delle classiche domande volte a saggiare in profondità le caratteristiche distintive del candidato e non ultimo a valutare il suo grado di consapevolezza e maturità.

Come e cosa rispondere?

La figura del consulente grafologo prende sempre più piede durante la fase di selezione dei candidati (link articolo Corriere della sera) per valutare con chi programmare un colloquio dopo aver acquisito le informazioni di base dal curriculum vitae, offrendo l’opportunità alle aziende di gestire al meglio il tempo dedicato alle nuove assunzioni con un metodo a basso costo. Il lavoro del professionista grafologo riesce infatti ad enucleare le aree di forza e di miglioramento (capacità di leadership, di lavorare in team, flessibilità, orientamento al cliente, organizzazione, creatività, resistenza allo stress, capacità di sintesi/analisi etc.), ovvero le qualità che fanno di quella persona la persona giusta nel posto giusto, stilando un breve profilo riferito alla posizione in questione mettendo in luce attitudini, motivazioni e bisogni sottesi.

Il raggio d’azione del consulente esperto in grafologia aziendale non si ferma alla selezione del personale o alla ricollocazione di risorse dopo ristrutturazioni aziendali, ma si rivolge anche al singolo, come orientamento professionale e per l’elaborazione di possibili piani di carriera. Il counseling grafologico può infatti divenire un utile alleato anche per chi è in cerca di impiego o per chi si vuole riposizionare nel mercato del lavoro con cognizione di causa.
Grazie ad un breve percorso di counseling grafologico potrai pertanto acquisire maggior lucidità sulle tue qualità e le motivazioni che le determinano, sulle potenzialità in nuce e non ancora espresse, accompagnandoti nel trovare le parole per dirlo, indispensabili per redigere una tua short story efficace, autentica e consapevole.

A parità di formazione e di CV professionali, ciò che può veramente costituire la differenza e far ottenere un determinato posto di lavoro è il grado e la qualità della propria motivazione. – Madelaine Blanquefort D’Anglards

La vita è come il caffè

Un gruppo di alunni, affermati nelle loro carriere, andarono tutti insieme a trovare il loro vecchio professore dell’Università. Dopo un pò che erano lì la conversazione si trasformò in una serie di lamentele sullo stress del lavoro e della vita. Volendo offrire del caffè ai suoi studenti il professore andò in cucina e ritornò con una grande caraffa con del caffè e un vasto assortimento di tazzine: di porcellana, di plastica, di vetro, di cristallo; alcune molto decorate, alcune molto pregiate, alcune molto esclusive – e disse loro di servirsi da soli.

Quando tutti gli studenti ebbero preso le tazzine in mano, il professore disse:

“Se notate bene, tutte le tazzine più belle e pregiate sono state scelte, sul vassoio sono rimaste le più semplici ed economiche. E’ normale per voi volere solo il meglio per voi stessi, ma questo è la causa dei vostri problemi e del vostro stress. Potete essere certi che la tazzina non aggiunge qualità al caffè. Nella maggior parte dei casi è solo più cara e a volte nasconde quello che bevete.

Quello che tutti voi volevate veramente era il caffè, non la tazzina, ma coscientemente avete scelto le tazzine migliori e poi avete incominciato anche a guardare quelle degli altri. Ora considerate questo: la vita è il caffè. Il lavoro, le case, le macchine, le cose, e la posizione nella società sono le tazzine e sono soltanto usate per contenere e tenere la vita. Il tipo di tazzina che noi abbiamo non determina nè cambia la qualità della vita che viviamo.

A volte, concentrandoci solo sulla tazzina, non riusciamo a goderci il caffè. Gustate il caffè, non le tazzine!

Le persone più felici non hanno il meglio di ogni cosa, soltanto traggono il meglio da tutto quello che hanno.

Vivete semplicemente.
Parlate gentilmente.
Prendete a cuore le situazioni.
Amate generosamente”.

– Autore sconosciuto

 

Training Autogeno e rilassamento

rilassamento Il Training autogeno è una tecnica di rilassamento ideata nella prima metà del secolo da J.H. Schultz, neurologo e dermatologo,  che prende l’avvio dai suoi studi in medicina psicosomatica e ipnosi. In quest’ambito notò come i suoi assistiti sperimentassero sensazioni di pesantezza e calore dopo le sedute, unitamente a sensazioni di rilassamento. L’ipnosi si basa infatti sulla “commutazione fondamentale” che viene prodotta sia a livello psichico che somatico e Schultz perfezionò una metodologia capace di ottenere il medesimo effetto in modo autoindotto senza l’ausilio del terapeuta al fine di “trasmettere al partecipante migliore contatto col proprio sistema nervoso vegetativo, quindi con il controllo delle energie, dalla fase di strutturazione alla fase di utilizzo delle stesse e viceversa, e di renderlo in ciò più concentrato, disteso, e anche più creativo e produttivo.” (Wallnofer, 2008)

Io penso che, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, sia possibile rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale. “Schultz I.H.”

Training autogeno significa “allenamento” che si genera (greco=genos) “da sé” (greco=autos) e consta nell’ allenarsi, almeno tre volte al giorno, nell’esecuzione di sei esercizi di base che si consiglia siano insegnati da un conduttore che abbia adeguata formazione e che abbia sperimentato il TA su di sè. Nell’arco di una decina di incontri, in gruppo o individuali, è possibile diventare indipendenti  continuando a praticare l’allenamento in completa autonomia.  L’allenamento richiede un setting adeguato allo scopo e che il soggetto entri in contatto mentale con le zone del corpo indicate dalla formula relativa ad ogni esercizio, un’attitudine mentale che focalizzi l’attenzione più sul processo che sul risultato e la ripetizione mentale delle formule autogene secondo le indicazioni del conduttore del training.

Gli esercizi si dividono in due fondamentali:

  • il primo tende a produrre uno stato di rilassamento muscolare, dei muscoli striati e lisci;
  • il secondo porta ad una vasodilatazione periferica con conseguente aumento del flusso sanguigno e percezione del calore corporeo.

E  quattro complementari:

  • esercizio del cuore
  • esercizio del respiro
  • esercizio del plesso solare
  • esercizio della fronte fresca

Per sperimentare l’autogenia è necessaria l’inibizione dell’attenzione esterna e la sua commutazione verso l’attenzione interna, l’accettazione passiva di tutte le percezioni presenti e il mantenere per alcuni minuti lo stato di esclusiva percezione del funzionamento dell’organismo in condizioni di minima interferenza della volontà. (De Rivera Y Revuelta). Lo stato mentale della concentrazione passiva ricorda il paradosso Taoista del wei wu wei, inteso come azione senza azione, per arrivare a concentrarsi e nel contempo lasciar accadere, lasciando fluire e scorrere i pensieri con un atteggiamento mentale di noncuranza.wei-wu-wei Ci si addestra al non-fare, mantenendo un atteggiamento di osservazione ricettiva senza né rifiutare né partecipare a ciò che si osservaPossiamo inoltre pensare al training autogeno come alla via occidentale della meditazione, in quanto è provato come la concentrazione passiva induca uno stato alterato di coscienza (ASCI); già da sola l’esperienza ASCI  può favorire stabilità emotiva e la soluzione di conflitti interni, donando rilassamento e una visione ampliata della realtà personale.

“Il significato pratico di uno smorzamento della risonanza emotiva è evidentemente di grande importanza nella vita quotidiana.[…] Esso può inoltre essere anche utilizzato come tecnica profilattica allo scopo di consentire la possibilità di difendersi da situazioni particolarmente impegnative che si debbano affrontare.”
(J.H. Schultz, 1966)

“Si otterrà così un tono affettivo di base connotato da benessere e pace (sembra essere l’opposto dell’ansia), una consapevole percezione degli organi interni ed una maggior chiarificazione interiore, infatti la pratica costante “consente una specie di interiorizzazione con un rientrare in se stessi, per cogliervi nello stato di passività […], il nostro mondo interiore.” (J.H. Schultz, 1966)

L’allenamento può essere svolto in tre differenti posizioni: da seduti, supini o nella posizione del cocchiere, altrimenti detta dello sgabello.

Gli effetti che si acquisiscono nel tempo sono i seguenti:

  • Un più profondo e rapido recupero di energie
  • L’autoinduzione della calma e conseguente rilassamento
  • L’autoregolazione delle funzioni corporee altrimenti involontarie (es. circolazione sanguigna)
  • Il miglioramento nelle prestazioni
  • La diminuzione della percezione del dolore (non si tratta però di repressione)
  • L’autodeterminazione attraverso formule di proponimenti in base alle necessità del singolo
  • Introspezione e autocontrollo, grazie alla visualizzazione interiore durante lo stato psichico concentrativo.

“Il Training Autogeno può dunque contribuire all’autosviluppo e all’autoconoscenza, senza alcuna suggestione esterna e senza un piano esterno secondo il quale l’uomo abbia da svilupparsi. Colui che diventa più calmo, e non certo più indifferente, o più povero di reazioni, può agire più liberamente; e colui che può acquisire questa calma, con l’aiuto di uno specialista (ma autogenicamente!) sarà più sicuro di sé e comunicherà meglio col suo ambiente. Una tale sicurezza interiore – auto conquistata – non solo rende liberi da disturbi, e attutisce reazioni esagerate sia nell’area psichica che fisica, ma rende libera la via verso il “vero” uomo in noi”.
(Wallnofer, 2008)

Bibliografia di riferimento
Brancaleone F., TBA: Terapia Bionomico Autogena. Fondamenti, principi, tecniche e applicazioni. Franco Angeli, 2010.

De Rivera y Revuelta J. L. G., Psicoterapia autogena – 1 parte Training Autogeno di Base, Edizioni libreria Cortina, Torino 2009

Schultz I.H., Il Training autogeno – metodo di distensione da concentrazione psichica, Collana Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Schultz I.H., Quaderno di esercizi per il training autogeno, a cura di D. Langen, Campi del Sapere, Feltrinelli, 2010

Wallnofer H., Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena, Armando Editore, 2008

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