Categoria: Empatia

Comunicazione Non Violenta: relazioni, lavoro e società

La forza della comunicazione non violenta: dal cuore delle relazioni al futuro della società

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione sembra essere ovunque, eppure sempre più spesso manca il suo ingrediente essenziale: l’ascolto autentico. I social network, le tensioni politiche, i rapporti personali segnati da incomprensioni e giudizi rapidi, ci mostrano ogni giorno quanto le parole possano ferire o costruire muri.

Ecco perché la Comunicazione Non Violenta (CNV), sviluppata dallo psicologo Marshall Rosenberg, rappresenta oggi non solo una tecnica, ma una vera e propria filosofia di vita.

L’ideatore ha raccolto i principi della CNV  nel suo libro più conosciuto: “Le parole sono finestre (oppure muri)”. Un testo semplice ma trasformativo, che accompagna passo dopo passo nella scoperta di un linguaggio capace di creare connessione anziché distanza.

CNV

Che cos’è la Comunicazione Non Violenta

La CNV non è un parlare “morbido” o evitare i conflitti a tutti i costi. È piuttosto un metodo che invita a connettersi con i propri bisogni e con quelli dell’altro, per trasformare il dialogo in uno spazio di comprensione reciproca.

Si fonda su quattro pilastri:

1. Osservare senza giudicare: distinguere i fatti dalle interpretazioni.

2. Esprimere i propri sentimenti: nominare le emozioni senza accusare.

3. Riconoscere i bisogni universali: andare oltre le posizioni per capire cosa ci muove davvero.

4. Formulare richieste chiare: chiedere senza pretendere, aprendo la porta alla collaborazione.

Comunicazione non violenta: assiomi

Nelle relazioni personali: dal conflitto all’intimità

Nella vita di coppia, con i figli o con gli amici, la comunicazione non violenta permette di uscire dal circolo vizioso delle recriminazioni.

Quante volte litighiamo non tanto per il contenuto, ma per il modo in cui ci parliamo?

Dire Non mi ascolti mai” genera difesa. Dire invece “Quando ti guardo mentre parli al telefono mentre io ti racconto la mia giornata, mi sento invisibile e ho bisogno di attenzione. Potresti spegnere il telefono per qualche minuto? apre la possibilità a un incontro.

La CNV non elimina le divergenze, ma crea un ponte che le rende affrontabili.

Nel lavoro: dalla competizione alla collaborazione

In azienda, la CNV diventa uno strumento potente di leadership. Aiuta a trasformare feedback in crescita, a gestire i conflitti tra colleghi e a costruire team più coesi.

Un manager che sa esprimere i propri bisogni senza giudicare è in grado di ottenere fiducia, non paura. Un collega che chiede supporto con chiarezza invece di lamentarsi, crea spirito di cooperazione.

La comunicazione non violenta è, in fondo, una forma di intelligenza emotiva applicata al mondo professionale.

CNV e gestione dei conflitti

Uno degli aspetti più potenti della CNV è la sua capacità di trasformare i conflitti in occasioni di crescita.

Quando due persone entrano in contrasto, spesso la reazione automatica è difendersi o contrattaccare. Con la CNV, invece, si impara a distinguere tra il bisogno autentico dell’altro e il giudizio che lo accompagna. Il conflitto smette così di essere un muro e diventa un ponte: non più una lotta per prevalere, ma un terreno comune in cui entrambi possono riconoscersi.

CNV e intelligenza emotiva

Praticare la CNV significa allenare l’intelligenza emotiva: ascoltare non solo le parole, ma i sentimenti che le abitano.

Questo permette di sviluppare una consapevolezza profonda, utile non solo nelle relazioni intime ma anche nei team di lavoro. Dire “quando accade questo mi sento…” invece di “tu sei sempre…” apre spazi di dialogo che favoriscono fiducia, collaborazione e creatività condivisa.

Nella società polarizzata di oggi: un atto politico

Nella società attuale, segnata da divisioni e da un linguaggio aggressivo, la CNV rappresenta una rivoluzione silenziosa. Ogni volta che scegliamo di parlare in modo empatico, portiamo un seme di cambiamento culturale.

Non si tratta solo di migliorare le relazioni individuali: significa contribuire a un mondo in cui le differenze non sono minacce, ma occasioni di incontro.

Viviamo in un tempo in cui le opinioni diventano etichette e le differenze sembrano invalicabili. La polarizzazione sociale ed emotiva, alimentata dall’anonimato dei social e da un clima pubblico esasperato, spesso ci porta a reagire con aggressività.

La CNV propone un’altra via: sostituire l’attacco con la curiosità, la semplificazione con la complessità, l’odio con il riconoscimento che dietro ogni posizione c’è un bisogno umano.

Non significa rinunciare alle proprie idee, ma scegliere di difenderle senza negare l’umanità dell’altro. In un mondo che urla, parlare con gentilezza e chiarezza diventa un atto rivoluzionario.

Una competenza per il futuro

Se vogliamo costruire relazioni più sane, ambienti di lavoro più umani e una società meno divisa, la comunicazione non violenta è una competenza imprescindibile.

Non si tratta di “parlare bene”, ma di allenarsi a vedere l’altro come un essere umano con bisogni, fragilità e risorse, proprio come noi.

Ogni parola che scegli di dire può essere un ponte o un muro.

Oggi puoi scegliere di costruire ponti: con te stesso, con chi ami, con il mondo.

Prova a fare un piccolo passo di Comunicazione Non Violenta nella tua giornata: ascolta senza giudicare, esprimi un bisogno, chiedi con chiarezza.

È così che inizia il cambiamento. 🌱

 

Il potere dell’empatia: forza o fragilità nel mondo di oggi?

Il potere dell’empatia si rivela oggi più che mai: in un tempo in cui l’odio corre veloce, gli insulti diventano virali e il clima rabbioso sembra avere la meglio. Sui social, gli haters si sentono legittimati a dare voce agli istinti peggiori, protetti dall’anonimato dello schermo o dalla massa che applaude.

In questo scenario, il potere dell’empatia sembra fuori moda. Eppure è proprio qui che diventa un atto rivoluzionario.

Empatia: la risposta controcorrente

Il potere dell’empatia non consiste nel giustificare tutto o accettare in silenzio. Significa piuttosto ricordare che dietro ogni commento violento c’è una persona fragile, spaventata o incapace di gestire le proprie emozioni.

Scegliere di non rispondere con la stessa rabbia significa rompere la catena dell’odio e affermare un modo diverso di vivere.

Forza o fragilità?

Chi è empatico viene spesso etichettato come “troppo sensibile”. Ma in un’epoca di giudizi rapidi e attacchi gratuiti, chi riesce a sentire ancora con il cuore non è fragile: è resiliente. Ha la capacità di distinguere la verità dal rumore e di restare umano quando intorno domina la disumanizzazione.

Perché il potere dell’empatia spaventa

Il potere dell’empatia fa paura a chi vive di controllo e aggressività. Perché non si lascia piegare dal cinismo, non si fa trascinare nel vortice dell’odio. Essere empatici significa vedere davvero l’altro, e questo smaschera molte maschere: la rabbia usata come scudo, l’arroganza che nasconde fragilità, l’indifferenza dietro cui si cela paura.

L’empatia non è solo una qualità individuale, ma un atto che cambia i rapporti sociali: disarma la violenza verbale, spezza le logiche del branco, riporta l’essere umano al centro. È proprio questo il suo potere: rendere impossibile l’alienazione totale, ricordarci che siamo legati gli uni agli altri, anche quando cerchiamo di negarci a vicenda.

L’empatia come atto politico interiore

Non serve urlare più forte degli haters. Il vero potere dell’empatia sta nel silenzio che costruisce, nel rispetto che connette, nella profondità che scava. È un atto politico interiore: scegliere l’ascolto invece della rabbia, la vicinanza invece dell’indifferenza, la cura invece del branco.

Conclusione

Oggi, in un mondo che sembra premiare chi odia, l’empatia è la vera ribellione.

Non è fragilità: è la forza che resiste al contagio dell’odio.

E chi la custodisce dentro porta un seme diverso: quello di un futuro più umano.

Potere dell’empatia

Donna bionda in stile anni ’50 guarda malinconica fuori dalla finestra, con un uomo sfocato sullo sfondo – illustrazione simbolica di un amore che confonde.

Ti ama o ti confonde? Uscire da un amore che logora

💔 

Ti ama o ti confonde?

Come uscire da un amore che logora l’anima

1. L’inizio: parole dolci e promesse luminose

A volte le storie d’amore più dolorose cominciano con i sorrisi più teneri. Ti guarda come nessuno ti ha mai guardata. Ti fa sentire unica, scelta, vista. Dice che sei speciale, che con te è diverso, che non ha mai provato nulla del genere. E tu ci credi. Perché lo desideri, perché hai bisogno di crederci.

All’inizio è tutto intenso, travolgente, forse addirittura magico. Ma col tempo, qualcosa inizia a cambiare.

2. Le prime crepe: ti ama, ma sparisce. Ti cerca, ma ti esclude

In una relazione sana, le parole e i gesti vanno nella stessa direzione.

In una relazione che logora, invece, ti ritrovi a cercare coerenza dove c’è solo ambiguità.

  • Ti promette un futuro, ma vive nel presente come se fossi invisibile.
  • Ti dice che sei importante, ma non trova mai tempo per te.
  • Ti fa sentire speciale, ma poi si comporta come se fossi intercambiabile.

E tu inizi a confonderti. Ti chiedi se sei tu quella esagerata, troppo sensibile, troppo gelosa. Cerchi di capire. Giustifichi. Speri.

3. Quando l’amore logora: non è tossico, è dolorosamente incoerente

Non serve parlare di “relazioni tossiche” per comprendere questo dolore. Non tutto è tossico, non tutte le relazioni affettive che non funzionano derivano dall’incontro con un narcisista.

Qui si parla di amori che fanno sentire invisibili, anche quando ci sono.

Di legami in cui non si sa mai dove si è: nel cuore dell’altro o appena fuori.

Di parole dolci alternate a lunghi silenzi. Di promesse mai mantenute, mai ritrattate, solo evaporate.

È un amore che non ti ferisce con schiaffi, ma con vuoti.

Che non urla, ma ti fa sentire pazza quando esprimi un bisogno.

Che non ti lascia, ma nemmeno ti sceglie.

4. La solitudine in due: quando aspetti, quando giustifichi, quando neghi

Una delle forme più devastanti di solitudine è quella che si prova dentro una relazione.

Senti di dover stare zitta per non sembrare esigente.

Ti ritrovi ad aspettare messaggi, telefonate, attenzioni che non arrivano.

Ogni gesto di presenza diventa una prova che “forse, stavolta, ci tiene davvero”.

Ma nel frattempo perdi pezzi di te.

Modifichi i tuoi ritmi, ti isoli, spegni il tuo intuito per non dover vedere ciò che fa male.

5. Perché restiamo in un amore che ci consuma?

Non perché siamo deboli. Ma perché siamo stati condizionati a pensare che l’amore richieda sacrificio.

Spesso restiamo perché:

  • Abbiamo fame d’amore da molto prima che lui arrivasse
  • Abbiamo paura del vuoto, e meglio un amore che logora che nessun amore
  • Speriamo che cambi, che si accorga, che capisca…

Eppure non cambia. O cambia solo per un attimo, abbastanza da illuderci.

Perché un amore che confonde si alimenta di squilibrio emotivo: ti dà tanto, poi toglie. Ti fa sentire scelta, poi ti esclude. Ti accende, poi ti spegne.

6. Come capire se sei in una relazione che ti sta logorando

  • Senti spesso ansia, confusione, vuoto dopo averlo visto
  • Vivi nella costante attesa di un messaggio, una parola, un gesto
  • Ti senti non abbastanza o troppo
  • Giustifichi i suoi comportamenti anche quando ti feriscono
  • Tendi a isolarti o a non parlarne con le persone care
  • Ti senti responsabile della sua distanza o dei suoi silenzi

💡 

7. Scegliere te stessa: un atto rivoluzionario d’amore

Uscire da un amore che logora non è solo allontanarsi da lui.

È tornare da te, lentamente, amorevolmente.

Ecco come iniziare questo ritorno:

🌱 Ascolta i tuoi segnali interiori

Se ti senti svuotata, spenta, triste… fidati di te. Il tuo corpo sa la verità.

🌱 Smetti di rincorrere chi ti lascia indietro

Non devi mendicare amore. Non devi convincere nessuno del tuo valore.

🌱 Riscrivi la tua narrazione

Smetti di dirti “sono io il problema”. Inizia a chiederti: sto ricevendo abbastanza da sentirmi amata, sicura, libera?

🌱 Abbraccia il cambiamento come liberazione, non come fallimento

Andarsene non significa aver perso. Significa aver scelto di non perdersi.

🌱 Fai ogni giorno una scelta per te

Un gesto di cura, un no protettivo, una camminata, una parola gentile allo specchio.

 

Sceglierti è un’abitudine da allenare.

🧭 

8. Come prepararsi a lasciarlo andare, anche se fa male

  • Comincia a scrivere ciò che senti, ogni giorno, senza filtri
  • Inizia a parlare con qualcuno di fidato o un esperto
  • Prendi piccoli spazi solo per te, senza di lui
  • Non aspettare il suo cambiamento per agire sul tuo
  • Ricorda: non sei sola. Anche se ti sembra che nessuno possa capire… esistono persone che ci sono passate e hanno risalito la china

❤️‍🔥 

9. Uscirne è un atto di giustizia verso te stessa

Lasciarlo andare non significa odiarlo.

Significa smettere di usare te stessa come scudo contro il suo disamore.

Meriti qualcuno che:

  • Ti scelga, anche quando è scomodo
  • Ti dica la verità, anche quando è difficile
  • Ti guardi, anche quando non sei perfetta

E finché quella persona non arriva… puoi cominciare tu a guardarti così.

🌺 Conclusione

Se un amore ti confonde, ti fa sentire sola, non ti restituisce la serenità…

non è amore.

È un’illusione romantica costruita su ferite mai guarite, magari di precedenti relazioni.

Ma puoi interrompere questo copione.

Puoi tornare alla radice della tua dignità.

Puoi sceglierti, ogni giorno.

Non per egoismo. Ma per amore.

Quello vero.

Quello che comincia da dentro.

Amore che confonde

Come superare un amore bugiardo e ritrovare sé stessi

Quando l’amore mente: come guarire dalla delusione di un amore bugiardo

Mi amava, o mi mentiva soltanto bene?”

Questa è una delle domande più laceranti che si possano porre dopo una relazione in cui le bugie hanno lasciato segni profondi. Un amore bugiardo ferisce due volte: la prima quando si scopre l’inganno, la seconda quando ci si rende conto che si era creduto autentico qualcosa che non lo era del tutto.

Ma da questa ferita può nascere una nuova forza. Una consapevolezza più integra. E soprattutto: un ritorno a sé.

🎭 L’inganno dell’intimità fittizia

Nelle relazioni bugiarde, spesso si sperimenta un paradosso: si ha l’impressione di essere stati intimi, autentici, complici. Ma col tempo si scopre che una parte di verità era stata tenuta fuori, nascosta, negata.

Chi mente in amore non tradisce solo la fiducia: tradisce la realtà condivisa, manipola la narrazione comune, rende opaca l’esperienza vissuta.

La vittima non soffre solo per ciò che è stato fatto, ma per la confusione identitaria che ne deriva:

Chi sono stata io per lui? Chi è lui davvero? Mi sono illusa?”

💡 Il momento della verità: un risveglio doloroso

Scoprire una bugia può distruggere un mondo emotivo costruito con fatica. Ma può anche rappresentare il momento in cui ci si sveglia da un incantesimo.

Le bugie, spesso, non sono errori casuali. Sono scelte di gestione del potere, del controllo e della paura. E quando vengono alla luce, costringono a una domanda centrale:

“Voglio ancora essere parte di una relazione dove la verità è opzionale?”

🧠 L’impatto psicologico della delusione

La delusione amorosa derivante da un inganno genera un vero e proprio trauma relazionale. Tra i sintomi più comuni troviamo:

• perdita di fiducia (negli altri e in sé)

• rimuginazione continua (“Perché non me ne sono accorta?”)

• idealizzazione e svalutazione alternata del partner

• difficoltà a lasciar andare (dipendenza affettiva)

• senso di colpa o vergogna (“Sono stata ingenua”)

Molte persone, dopo un amore bugiardo, si sentono “rotte”, come se il loro radar emotivo fosse guasto. Ma non è così: è la tua empatia ad averti fatto restare, non la tua ingenuità.

🌿 Da ferita a feritoia: il cammino di guarigione

1. Riconoscere il danno, senza giustificazioni

Spesso si tende a scusare chi ci ha mentito: “Aveva paura”, “Non voleva farmi soffrire”. Ma il primo passo è dare dignità alla tua ferita. Le bugie, per quanto piccole o protettive, minano la sicurezza emotiva. E tu meriti relazioni sicure.

2. Separare l’amore dalla dipendenza

Non sempre ciò che chiamiamo “amore” è amore. A volte è bisogno, paura della solitudine, abitudine a mendicare attenzione.

Chiediti:

Voglio essere scelta da chi mi nasconde parti di sé?”

3. Restituire all’altro la responsabilità

Non sei stata “troppo”, “fragile” o “cieca”. Sei stata capace di fidarti. E chi ha tradito quella fiducia deve rispondere delle sue azioni.

Non portare sulle spalle la colpa delle sue scelte.

4. Raccontare di nuovo la propria storia

Scrivi, racconta, elabora. Non restare incastrata nella versione che lui ti ha dato di voi due.

“Io sono quella che ha amato con sincerità. Che ha visto la verità. E che ha scelto di tornare a sé.”

5. Curare il corpo e il cuore

Le bugie destabilizzano anche a livello somatico. Cura il tuo corpo: dormi, cammina, abbracciati. Ritaglia uno spazio quotidiano dove puoi ricordarti chi sei, al di là del legame.

guarire da un tradimento emotivo

🛠️ Strumenti pratici per lasciar andare

1. Scrivi una lettera che non invierai mai: dì tutto ciò che avresti voluto dire.

2. Fai un rituale simbolico: brucia un biglietto, togli il suo numero, cambia il profumo che usavi con lui.

3. Cambia lo sfondo del tuo telefono con una frase-mantra:

Merito un amore che non abbia paura della verità.”

4. Smetti di sorvegliare i suoi social: la guarigione inizia quando smetti di alimentare la speranza.

5. Pratica il “giorno del sì a me”: ogni settimana, un giorno interamente dedicato solo a te, senza compromessi.

🌅 Un nuovo inizio: più vera, più intera

Superare la delusione di un amore bugiardo non significa dimenticare, ma integrare l’esperienza in un sé più forte e più consapevole.

Significa imparare che l’amore non basta se manca il rispetto. Che la verità può far male, ma la menzogna uccide la fiducia.

E soprattutto: che non serve essere perfette per meritare un amore sincero.

Frase per chiudere il cerchio:

Non mi hai ingannata per ciò che sei.

Mi hai delusa per ciò che hai finto di essere.

Ma io ora non accetto più: mi scelgo.”

 

Coaching individuale: un percorso di crescita

Coaching individuale
Un percorso di crescita

COACHING: IL PRIMO PASSO VERSO IL CAMBIAMENTO

Ti senti bloccato, confuso o in cerca di maggiore chiarezza nella tua vita?

Hai obiettivi che sembrano lontani o difficili da raggiungere?

Forse quello che ti serve non è un consiglio, ma uno spazio in cui riscoprire le risposte che hai già dentro di te.

Il coaching è questo: un percorso concreto, profondo e trasformativo, fatto di ascolto, domande e azioni. Un viaggio verso ciò che vuoi davvero essere.

Cos’è il Coaching

Il coaching è una relazione professionale tra coach e cliente basata su fiducia, ascolto e rispetto.

Non è terapia, non è consulenza e non è insegnamento: è un accompagnamento.

Il coach non ti dice cosa fare, ma ti aiuta a scoprire le risposte più autentiche che già possiedi.

Attraverso sessioni strutturate e strumenti pratici, il coaching ti aiuta a:

  • Fare chiarezza
  • Ritrovare motivazione e direzione
  • Superare blocchi e paure
  • Trasformare pensieri in azioni
  • Ritrovare te stesso

In quali ambiti può aiutarti

  • Crescita personale: consapevolezza, relazioni, gestione delle emozioni
  • Lavoro e carriera: scelte, transizioni, equilibrio vita-lavoro
  • Benessere e stile di vita: abitudini sane, gestione dello stress, energia
  • Leadership e business: comunicazione, decisioni, team
  • Momenti di svolta: separazioni, cambiamenti, nuove sfide

Strumenti concreti del Coaching

Il percorso si basa su strumenti semplici ma potenti:

  • Ruota della vita: per vedere dove sei e dove vuoi andare
  • Domande potenti: per sbloccare nuove prospettive
  • Visualizzazioni: per connetterti con la tua visione
  • Piani d’azione: per trasformare idee in cambiamento reale
  • Modello GROW: per accompagnarti dal punto A al punto B, con metodo e chiarezza

Come funziona una sessione

Ogni sessione dura tra i 45 e i 60 minuti.

Si svolge online o in presenza, in un ambiente protetto e privo di giudizio.

Sarai accolto con empatia e rispetto, e potrai procedere al tuo ritmo.

Tra una sessione e l’altra, potrai mettere in pratica quanto emerso, passo dopo passo.

Perché iniziare

Non serve “avere un problema”.

Serve avere un desiderio: migliorare, conoscersi, scegliere consapevolmente.

Se senti che è il momento di cambiare qualcosa nella tua vita,

o anche solo di tornare ad ascoltarti…

il coaching può essere il tuo punto di partenza.

Non ti cambia la vita da solo.

Ti dà gli strumenti per farlo!

 

 

Pas_persone_altamente_sensibili

PAS persone altamente sensibili

Pas: Persone Altamente Sensibili, un acronimo per spiegare un tratto della personalità che condivide all’incirca il 20% della popolazione. Anche io lo sono e voglio condividere con voi cosa significa e le sue potenzialità. Utilizzerò un Ted Talk per una breve sintesi, ascoltare l’esperienza personale di qualcuno ci può essere utile per capire e comprendere ed iniziare ad esplorare ed esplorarci.

Elena Herdieckerhoff: il potere gentile delle persone altamente sensibili a TEDxIHEParis

Elena è un mentore per imprenditori altamente sensibili ed empatici. Nel Ted Talk spiega perché dobbiamo cambiare la narrativa culturale prevalente sulle persone altamente sensibili (PAS). Qui di seguito la traduzione delle sue parole, alla fine del post la registrazione originale.

“Sono una persona altamente sensibile. Qual è la prima cosa a cui pensi quando te lo dico? Che devo essere timida ed introversa? O forse molto emotiva? O forse anche che hai bisogno di camminare sulle uova accanto a me?

L’ipotesi comune sulle persone altamente sensibili è che siamo in qualche modo creature deboli e fragili che hanno scelto un biglietto perdente nella lotteria genetica della vita. Puoi vederlo in azione quando cerchi su Google la parola “sensibile”. Vedrai immagini di mal di denti, pelle irritata, denti di leone appassiti e persone che piangono. La sensibilità ha chiaramente un problema di pubbliche relazioni. Oggi voglio aiutare a cambiarlo. Forse ormai ti starai chiedendo com’è essere molto sensibili? Ti invito a immaginare di vivere con tutti i tuoi sensi in allerta. Hai anche un vivido mondo interiore, in cui tutte le tue emozioni sono amplificate. La tristezza è un profondo dolore e la gioia è pura estasi. Ti preoccupi anche oltre la ragione e ti immedesimi senza limiti. Immagina di essere in osmosi permanente con tutto ciò che ti circonda.

Le persone molto sensibili spesso si sentono dire cose come: “Sei troppo sensibile”, “Smetti di prendere tutto a cuore”, o il mio preferito, “Dovresti davvero indurirti”. Il messaggio fondamentale è chiaro: essere altamente sensibili significa essere altamente imperfetti. Ero d’accordo con questa affermazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto presentare una sorta di segnale di avvertimento o una dichiarazione di non responsabilità: “attento: estremamente sensibile.”

Ora, lascia che condivida con te alcuni dei vantaggi di essere una persona altamente sensibile. Innanzitutto, ho una mente intensamente iperattiva, il che significa che è impossibile da spegnere. Ciò significa anche che l’insonnia è la mia migliore amica. Come puoi immaginare, è particolarmente utile la sera prima di un discorso su TED.

Inoltre non posso guardare film spaventosi o violenti perché le immagini sembrano perseguitarmi per sempre. Ricordo che da bambina ho guardato il film “Jaws”. Mi ha traumatizzato così tanto che per diversi anni non sono stata nemmeno in grado di andare vicino ad una piscina, figuriamoci al mare. E, abbastanza imbarazzante, ricordo il mio soprannome d’infanzia di “Principessa sul pisello”, quando si trattava di viaggiare e letti d’albergo. Il materasso non doveva essere troppo duro, non troppo morbido; doveva essere giusto. Mio padre una volta scherzosamente mi ha raccomandato di iniziare semplicemente a viaggiare con il mio letto e il mio cuscino per evitare eventuali problemi di viaggio futuri.

Mi chiedevo spesso: “A cosa mi potrebbe servire essere così?” Bene, i doni della sensibilità mi sono lentamente insorti dentro. Ho imparato ad amare il fatto di connettermi profondamente e facilmente con gli altri e anche di avere una forte intuizione che mi guida come un GPS infallibile. Fu solo all’età di 25 anni che mi imbattei in un libro che mi cambiò la vita: “La persona altamente sensibile” della dott.ssa Elaine Aron. Potei finalmente dare un nome alla mia esperienza di vita straordinariamente in technicolor, e mi ha dato la speranza che ce ne fossero altri come me. In questo libro descrive le persone altamente sensibili, o in breve PAS, come persone che hanno un tratto genetico della sensibilità nell’elaborazione sensoriale.

E sorprendentemente, dal 15% al ​​20% della popolazione è PAS. Inoltre usa il meraviglioso acronimo “DOES” per riassumere i tratti fondamentali dei PAS.

La “D” sta per profondità di elaborazione. Come PAS, abbiamo una capacità fenomenale di analizzare in profondità assolutamente tutto. Il mio esempio preferito per questo è quello che mi piace chiamare la “sindrome del ristorante cinese”. Fondamentalmente, possiamo impiegare fino a un’ora per leggere l’intero menu di 40 pagine, nonostante il fatto che molto probabilmente ordineremo il nostro piatto preferito comunque.

La “O” sta per sovrastimolazione. Siamo rapidamente sopraffatti dal mondo che ci circonda. Ad esempio, io sono bavarese e adoro il nostro Oktoberfest, ma in realtà devo partire dopo un’ora perché sono completamente sopraffatta dal mix di odori di pollo arrosto con zucchero filato e dalla cacofonia di canzoni e dalle folle enormi. È troppo per i miei sensi.

La “E” sta per empatia; i PAS sentono ciò che sentono gli altri. È come il vecchio detto ebraico: “Quando uno piange, l’altro ha sapore di sale”.

Infine, la “S” è sinonimo di consapevolezza delle sottigliezze. I PAS sono come un sensore finemente sintonizzato; possono prendere le vibrazioni più piccole. Sfortunatamente, ciò significa che sono anche il tipo di persone che ti sveglieranno alle 3 del mattino per dirti che sentono un rubinetto gocciolare in cucina due piani più in basso. Come puoi vedere, essere un PAS è molto più che reattività emotiva.

Vorrei rivolgermi ai due grandi elefanti nella stanza quando si tratta di stereotipi PAS. Il primo pregiudizio è che i PAS debbano semplicemente essere degli introversi sotto copertura che desideravano un nome più elaborato. Il fatto è che il 30% dei PAS sono in realtà estroversi, il che significa che non possiamo parcheggiarli nella comoda categoria “silenzioso carta da parati”, i PAS sono disponibili in molte tonalità di pastello. In secondo luogo, a causa della presunta femminilità dei tratti PAS, molti suppongono che i PAS siano soltanto donne. Può sorprendere che il 50% dei PAS siano, in realtà, uomini. Nella nostra società, gli uomini non dovrebbero essere sensibili ma aggressivi e competitivi. Purtroppo, l’idea che gli uomini possano essere sia sensibili che forti è ancora un concetto troppo alieno.

Ora, è un buon momento per dirti che non penso che i PAS siano migliori o peggiori di chiunque altro; sono semplicemente diversi. Vorrei anche sottolineare che, nonostante le voci, che non sono membri di “The Special Snowflake Society” e che anche i PAS non hanno una stretta di mano segreta per identificarsi a vicenda.

I PAS – persone altamente sensibili – sono come tutti gli altri, tranne per il fatto che vivono il mondo in un modo più vivido. E se pensi che tutti i PAS siano uguali, non è vero; non esistono due PAS uguali. Ogni PAS ha la propria impronta digitale unica e delicata accanto ad altri indicatori di identità come genere, etnia e background culturale e personale.

Vorrei anche sottolineare che essere un PAS – persone altamente sensibili – non è una malattia, e non è nemmeno una scelta. È un tratto genetico. Siamo essenzialmente nati per essere miti. Ogni volta che dici a un PAS che è “troppo sensibile”, è come dire a qualcuno con gli occhi blu che i loro occhi sono troppo blu. Non importa quanto spesso glielo dici, avrai ancora gli stessi occhi blu che ti fissano.

Come società, siamo arrivati ​​a pensare alla sensibilità come a un difetto; uno sfortunato, emotivo tallone d’Achille, che cozza con la nostra capacità di diventare sempre più ottimizzati, distaccati e robotici. Tutti sminuiamo troppo prontamente gli idealisti, i sognatori e i creatori. Però non è sempre stato così. Nei secoli precedenti, filantropi, filosofi, poeti, artisti e pittori erano tutti venerati per il loro sensibile contributo alla società. Chi saremmo senza Leonardo da Vinci o senza Mozart? Senza Anaïs Nin o Balzac? O Madre Teresa o Gandhi? Il nostro mondo sarebbe sicuramente più oscuro.

Ora, non sto suggerendo che tutti i PAS siano dei geni che hanno plasmato il mondo. Ma la maggioranza dei PAS – persone altamente sensibili – ha un vero bisogno di creare connessioni e significati. Poiché sentono ogni dolore che vedono, vogliono elevare il dimenticato e salvare il disgraziato. Quando i PAS cercano di nascondere la propria sensibilità per adattarsi, ci perdiamo tutti. Perché una società non sarebbe più povera e priva del cuore pulsante della creazione sensibile? Che scredita l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia? Credo di sì. Questo è il motivo per cui penso che dobbiamo iniziare con urgenza ad accettare e apprezzare la sensibilità per l’effetto di regolazione della temperatura che ha su un mondo spesso caldo.

Credo che siamo tutti sensibili a diversi gradi e in modi diversi. I PAS sono semplicemente all’estremità dello spettro. Ecco perché il modo in cui pensiamo e parliamo di sensibilità riguarda tutti noi. Dobbiamo riunirci come società per riscrivere la narrativa culturale negativa sulla sensibilità e trasformarla in una positiva. Dobbiamo cancellare l’idea che la sensibilità sia una debolezza per beneficiare finalmente dei suoi numerosi punti di forza. In questo modo, creeremo un ambiente in cui tutti sono sicuri di esprimere il proprio lato più morbido, non solo i PAS.

Come possiamo tornare a creare una consapevolezza e un’accettazione più positiva per la sensibilità? A livello pubblico, credo che i due cambiamenti più urgenti debbano avvenire nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Nelle scuole, dobbiamo formare meglio i nostri insegnanti per riconoscere e comprendere i bambini sensibili. E sia per i genitori che per gli insegnanti, il desiderio spesso ben intenzionato di rafforzarli, di sopravvivere nel grande mondo cattivo là fuori, deve cessare. Non dovremmo cercare di forzare le pecore ad indossare i panni dei lupi.

A livello aziendale, il sistema è impostato per favorire quelli con i gomiti in acciaio. Poiché le persone sensibili in genere sono più pacate e cooperative anziché competitive, spesso rimangono indietro nella scala aziendale. Per cambiarlo, dobbiamo creare un ambiente in cui tutti i tipi di personalità possano prosperare e non solo alcuni selezionati. Questo è il motivo per cui credo che, per le aziende, sia nel loro stesso interesse invitare persone sensibili al tavolo. Perché senza i sensibili le aziende rischiano di mancare di innovazione, integrità e, in definitiva, di umanità.

A livello personale, tutti possiamo avere un impatto semplicemente astenendoci dal giudicare la delicata differenza dei sensibili che ci circondano. La prossima volta che hai voglia di dire a qualcuno: “Sei troppo sensibile!” ti chiederei di fermarti e di metterti in pausa. Riempi quella pausa con comprensione. Vedrai che il semplice atto di accettazione solleverà entrambi.

Ai miei colleghi PAS, dico: prendete il cuore e siate spudoratamente voi stessi. Smettete di provare a irrigidirvi. Smettete di nascondervi; siete belli come siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi a dover essere considerati sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui corruzione, violenza e avidità sono la norma. Come [Jiddu] Krishnamurti ha detto: “Non è una misura della salute adattarsi bene a una società profondamente malata”.

Quando ero una bambina, adoravo inseguire le farfalle nel nostro giardino e ammiravo la loro fragile bellezza. Ho sentito un forte bisogno di proteggerle, così ho deciso di intrappolarle in vasetti di vetro pieni di erba e fiori, per tenerle al sicuro con me nella mia stanza. Ho capito rapidamente: alle farfalle non piace la cattività. Questo mi ha fatto capire: non avevano bisogno di essere salvate, il loro colorato contributo all’ecosistema naturale era esattamente come dovrebbe essere. Allo stesso modo, i PAS non dovrebbero nascondersi dal dolore di questo mondo in un’ incubatrice protettiva. È il loro ruolo intensificare e condividere i loro doni sensibili con tutti noi.

Credo che, come esseri umani, siamo tutti uniti dalla nostra esperienza di sensibilità ed empatia. Inoltre non credo che tu debba essere un PAS per preoccuparti e fare la differenza. Oggi affrontiamo gravi problemi politici, culturali e ambientali. Ora, più che mai, abbiamo bisogno del contributo di menti e cuori sensibili per aprire la strada ai tempi difficili. Più tutti ci permettiamo di connetterci ai nostri doni sensibili innati, più possiamo guarire noi stessi e il pianeta su cui viviamo. Ispirata da John Lennon che forse ha scritto il più grande inno di sensibilità di tutti i tempi con “Imagine”, lasciami chiudere dicendo: “Per favore, non dirmi che sono un sognatore, perché so di non essere l’unico sensibile. Abbi fede che ti unirai a me per rendere questo mondo più dolce. Grazie.”

Anche io, come il 15-20% della popolazione, sono una PAS. Felicemente, dopo averlo capito, accettato, ed imparato a gestirlo. Perché è un “potere innato” con cui è necessario imparare a convivere e saperlo usare per noi, per gli altri, e mai contro di noi.

Cari PAS, persone altamente sensibili come me, se ci siete battete un colpo e lasciate nei commenti un vostro pensiero.

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