Mese: Luglio 2010

Empatia e consapevolezza

Se non conosciamo noi stessi, non possiamo conoscere i sentimenti di un’altra persona. Se impariamo a osservare i nostri sentimenti dall’interno e dall’esterno, impareremo a riconoscerli e a vedere anche quelli degli altri e sapremo fare attenzione a dire o fare cose che potrebbero far soffrire ulteriormente l’altra persona. Per quanto riguarda queste conoscenze l’essere andati a scuola o all’università anche per dieci anni può non aver insegnato niente.
Avere la consapevolezza di se stessi, dei propri sentimenti, porta alla capacità di mettersi al posto dell’altra persona: questa capacità viene chiamata dagli psicologi “empatia”. I cinesi traducono questo termine con “entrare dentro l’altro”. Siamo in grado di vedere la presenza dell’altro e possiamo entrare dentro di lui per sentire che sentimenti prova. Questo è ciò che si intende con “guardare in profondità”, possiamo metterci nella carne, nello scheletro e nella mente dell’altro, possiamo sentire come sente.
Se sono presenti la sofferenza e la tristezza, entrando in quella persona possiamo sentire il suo dolore, i suoi sentimenti, e così riusciamo a comprenderla e non faremo o diremo niente che possa ferirla ulteriormente.
Ma se non siamo in grado di fare questo per noi stessi, se non vediamo le formazioni mentali nostre, come possiamo vedere quelle di un altro?
E’ la consapevolezza di se stessi che porta all’empatia, quindi la prima cosa da fare è essere consapevoli di noi stessi e la seconda è praticare la consapevolezza empatica degli altri, solo così potremo produrre la vera gentilezza amorevole e la vera compassione.
Questo è uno degli scopi dell’educazione. Dovremmo praticare correttamente e stabilmente  per portare queste cose all’esterno e offrirle alla società. Applicando queste intuizioni al campo dell’educazione, il mondo può avere meno sofferenza.

Brano tratto da: Discorsi ai bambini e al bambino interiore, Thich Nhat Hanh, Ubaldini Editore

 


Immagine di Chiarart

La malattia di cui oggi soffre gran parte dell’umanità è inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono più o meno tristi, sfruttati, depressi, ma non hanno un obbiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere da cui uno si sentiva oppresso aveva sedi, simboli, e la rivolta si dirigeva contro quelli.

Ma oggi? Dov’è il centro del potere che immiserisce le nostre vite?

Bisogna forse accettare una volta per tutte che quel centro è dentro di noi e che solo una grande rivoluzione interiore può cambiare le cose, visto che tutte le rivoluzioni fatte fuori non han cambiato granché. “T. Terzani. Un altro giro di giostra”

La rivoluzione dentro di noi

La rivoluzione interiore – che parte dal nucleo più profondo di noi stessi, per giungere alla consapevolezza che tutto è uno, che ogni cosa e ogni evento è collegato, che ogni parte rimanda all’insieme – ci condurrà piano piano ad agire in maniera più giusta, semplicemente perché più disinteressata. Se la smettessimo di rincorrere continuamente l’affermazione del nostro piccolo io nella professione, nel successo, nel potere economico – un’affermazione che inevitabilmente entra in conflitto con quella degli altri -, e se la smettessimo di affannarci con tanta fatica dietro questo piccolo mondo, nella convinzione che sia tutto perché la morte è l’azzeramento totale – se la smettessimo di fare tutto questo, forse riusciremmo a scorgere una dimensione più grande. Piano piano getteremmo le basi per un vivere comune, dove le diverse fasi della vita – la giovinezza con l’apprendimento, e la maturità con l’impegno familiare e lavorativo – ci faranno crescere nella complessità delle relazioni umane, per poi lasciare spazio al lungo viaggio di ritorno verso lo sconosciuto.

I semi, insieme ai pensieri, alle parole e alle azioni che avremo lasciato lungo il nostro sentiero, non saranno vani.

Brano tratto da: Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi, Gloria  Germani, Longanesi.


Immagine di ChiarArt

La ricerca d'Altro

Mi pareva che la natura, come me, fosse stata messa in disparte da Dio come una cosa non divina, anche se creata da Lui e Sua manifestazione. Nulla riusciva a convincermi che il “fatto a immagine di Dio” dovesse riferirsi solo all’uomo. In realtà credevo che gli alti monti, i fiumi, i laghi, gli alberi, i fiori e gli animali manifestassero l’essenza di Dio assai meglio degli uomini, con i loro ridicoli vestiti, le loro meschinità, la vanità, la menzogna, l’odioso egoismo: tutte caratteristiche che conoscevo bene per averle io stesso […]. Esisteva un altro regno, un tempio nel quale chi entrava si sentiva trasformato e di colpo sopraffatto da una visione dell’intero cosmo, sì da dimenticare se stesso, vinto dallo stupore e dall’immaginazione. Qui viveva l'”Altro”, al quale Dio era noto come un segreto nascosto, personale e al tempo stesso più che personale; qui nulla divideva l’uomo da Dio, come se la mente umana potesse mirare la creazione all’unisono con lui. Ciò che io qui rivelo, parola per parola, è qualcosa di cui allora non ero cosciente in modo distinto, sebbene ne avessi un netto presentimento e l’avvertissi con un sentimento profondo. In quei momenti sapevo che ero degno di me, e che io ero il mio vero me stesso. Non appena ero solo, potevo provare questa condizione: e perciò cercavo la pace e la solitudine di questo “Altro”.

Brano tratto da: “Jung parla: inverviste e incontri”, Adelphi.


Immagine di Chiarart, Decoupages Des Artistes

La strada sicura

Capita tuttavia qualche volta che qualcuno dentro di noi si faccia vivo, per esempio con un sogno, con un sogno che ci turba senza comprenderne il motivo, anche senza capirne un accidente. Dovete sapere che questo qualcuno ha, a proposito della strada sicura, un’opinione diversa dalla vostra. Ha anzi una convinzione ben precisa: cioè che la strada sicura molto spesso (lui ritiene addirittura quasi sempre) non porti da nessuna parte, che lì su quella strada non c’è per nulla la vita che vogliamo, che lì non troveremo affatto il meglio per noi. E così ci ammonisce di prestare molta attenzione: non siamo noi a imboccare la strada sicura, è lei che ci imbocca e, a un certo punto, ci inghiotte.

Questo qualcuno vorrebbe persuaderci piuttosto che è opportuno accettare il rischio di cambiare strada e di avventurarsi verso ciò che a noi sembra del tutto sconosciuto. Che non c’è niente di sbagliato in questo. Certo  ci vuole un pò di coraggio, un pò di azzardo, ma è sulle strade insicure che cammina quel “me stesso” che forse, senza saperlo, stiamo cercando. O che dovremmo cercare. Perchè questo qualcuno sa che il senso di tutta la storia (di tutta la nostra storia) è proprio di essere incamminati verso ciò che è più sconosciuto. E che, quando pure lo raggiungessimo, dovremmo comunque abbandonarlo per inoltrarci un’altra volta verso un luogo ancora più sconosciuto.

Questo qualcuno conosce, in definitiva, un segreto prezioso per il nostro cammino: prendere strade insicure non è nient’altro che un salutare allenamento in vista del transito finale.


Brano tratto da: “Nel giardino di Jung”, Gian Piero Quaglino-Augusto Romano, Raffaello Cortina Editore

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio. (Tagore)

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